Messico. Nel cuore del sisma: “Le strade si alzavano frustate dalla terra”

In Oaxaca, al confine col Chiapas, dove il terremoto ha colpito più forte: “Staccati pezzi di montagna”

DANIELE MASTROGIACOMO • 10/9/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Internazionale • 429 Viste

JUCHITÁN. RESTANO a guardare in silenzio, gli occhi segnati dalla fatica e dalla paura. Hanno ancora le mani incrostate dal fango e dalla terra. Da 24 ore scavano senza sosta. Sotto le macerie – che adesso le ruspe della Protezione civile e dell’esercito sollevano tra mille cautele – ci possono essere altri corpi. Forse qualcuno è ancora vivo. Le radio dei pompieri e dei volontari che si calano negli anfratti ricavati tra i blocchi di cemento guidano un’impresa quasi miracolosa. Il sole colpisce duro davanti alla piazza dove sorgeva il Palazzo Comunale, adesso piegato su un lato. Qui sono rimaste sepolte 36 delle 64 vittime del più violento terremoto che abbia colpito il Messico negli ultimi 85 anni. Una lunga e profonda scossa. «Un boato», ci spiega, tirandoci per un braccio José, il viso bruciato dai lavori nei campi. «Come un urlo lugubre che è poi esploso in un botto. Con la terra che ha cominciato a sussultare e poi a ondeggiare », aggiunge mimando con le mani che si alzano e si abbassano. È qui, in questa cittadina rurale nel sud ovest del Messico, dove lo Stato di Oaxaca confina con quello del Chiapas, che il sisma di giovedì notte ha inferto la sua frustata. L’onda provocata dalla rottura di una delle cinque faglie tettoniche che abbracciano il paese, si è propagata per un centinaio di chilometri e ha rilasciato la sua energia devastante nel cuore di Juchitán. Tutto è accaduto all’improvviso. Erano le 23.42. Faceva già buio. La gente stava ancora per strada e si è ritrovata di colpo senza luce. «Saltava in continuazione», raccontano degli studenti che con le scuole chiuse per ragioni di sicurezza hanno deciso di organizzare delle squadre di soccorso. «Molti hanno deciso di scendere per strada. Forse si sono salvati per questo. La città sembrava avvolta da un mantello nero. Tutti i lampioni erano spenti. Anche la strada si alzava e si abbassava come se fosse attraversata da un serpentone».

Molti hanno notato dei bagliori in lontananza. Fasci di luce che si alzavano dalla terra. «Avevano un colore tra il giallo, il viola, il rosso. Sembrava l’inferno». Alcuni hanno pensato si trattasse dei corti circuiti per i pali della luce che cadevano per le scosse. Nessuno azzarda una teoria. Ma molti esperti assicurano che si tratta delle cariche elettrostatiche sprigionate dalla forza del sisma.
Almeno 6 mila case, un quarto di quelle che formano Juchitán, hanno lesioni gravi. Molte restano in piedi ma sono state evacuate. Ci si arrangia per strada, qualcuno ha formato un accampamento spontaneo. Una soluzione temporanea. Il caldo non aiuta: ci sono problemi di igiene e il rischio concreto di epidemie.
Non è stato facile raggiungere questo angolo sperduto dell’Oaxaca. Bisogna arrivarci in auto, lungo una strada che attraversa le montagne della Sierra del Chiapas. Si chiama la via del Mezcal. Un budello di 300 chilometri, tutto curve, che si arrampica fino a 2500 metri, per poi scendere in valli profonde e avvolte da una giungla fittissima. Foreste incontaminate si alternano a picchi neri e bianchi, con migliaia di cactus che svettano verso il cielo. La scossa ha raggiunto le vette più alte, le ha colpite alla base, le ha fatte franare in più punti. Grossi massi sono scivolati lungo i costoni e invadono la carreggiata. La pioggia incessante dell’ultima settimana ha impregnato la terra che con le vibrazioni si è staccata portando a valle pezzi di boschi e di terreni. Ad ogni tornante ci sono cumuli di pietre, alberi e terra. La fila di auto e camion si allunga e poi si disperde su un percorso che è continuamente deviato. Il fiume che scorre proprio sotto di noi è gonfio di tronchi, altri sassi e scarica verso la pianura dove sorge Juchitán una valanga di acqua melmosa che esonda nei tornanti.
Persino il mare si è ritirato. Un paio di metri. Quando superiamo le vette della Sierra e davanti a noi si apre la grande pianura della provincia del Delta, il profilo della costa bagnata dal mare appare spezzettata. Diversa. Un gruppo di pescatori ci conferma che è opera del terremoto. «Tutti ci aspettavamo lo tsunami», raccontano. «C’era stato l’allarme ed eravamo fuggiti versi l’interno. Ma l’ondata non è ancora arrivata. Dicono che non ci sarà. Ma noi siamo gente di mare e questo cambiamento non l’abbiamo mai visto».
C’è aria di attesa anche qui a Juchitán. Come se il terremoto si fosse preso una pausa e la forza per colpire ancora più forte. Suggestione, sicuramente. Ma anche le incertezze legate a uno dei fenomeni più imprevedibili della natura. L’allarme lanciato dal presidente Peña Nieto si basa sul sisma del 1985: meno forte di quello di tre giorni fa, provocò 15 mila morti, 6 mila scomparsi. Il fatto che quello di giovedì sia stato avvertito con violenza da almeno 50 dei 120 milioni di abitanti, ha fatto pensare ad un cataclisma. Le conseguenze sono state invece inferiori. Certo, il terremoto ha ucciso e distrutto. Ma non ha scatenato quella furia l’8.2 scala Richter lasciava immaginare. Ora qui si cerca soprattutto di ricominciare. Nel silenzio. Con la paura che non sia finita.

Fonte: DANIELE MASTROGIACOMO, LA REPUBBLICA

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