Referendum catalano, la città di Barcellona dice no

Spagna. La sindaca Colau: non si può, ma più di 600 comuni sono pronti a disobbedire a Madrid. La procura apre un’inchiesta su tutti i membri del governo Puigdemont

Luca Tancredi Barone • 9/9/2017 • Internazionale • 520 Viste

BARCELLONA.Il comune di Barcellona darà le spalle al referendum dell’1 ottobre, già sospeso dal Tribunale costituzionale spagnolo. Come aveva promesso Ada Colau, la città di Barcellona si sarebbe rimessa alle decisioni dei suoi servizi giuridici rispetto alla scottante questione della partecipazione attiva da parte della capitale catalana al referendum per l’indipendenza. «Manteniamo la piena disponibilità a facilitare la partecipazione a ogni mobilitazione democratica, senza mettere a rischio l’istituzione e i funzionari», aveva scritto in un tweet la sindaca. Ieri sera l’annuncio ufficiale: i legali del comune segnalano l’impossibilità di cedere locali per la celebrazione del referendum dato il pronunciamento del Tribunale costituzionale che, sospendendo la legge che istituiva il referendum approvata mercoledì notte, ha anche diffidato formalmente comuni e funzionari (e, secondo le incendiarie parole del portavoce del governo spagnolo, anche singoli cittadini che volessero aiutare come volontari) dal compiere qualsiasi azione che possa facilitarne lo svolgimento. Linea durissima, che ha messo i comuni con le spalle al muro. Nonostante questo, più di 600 dei 948 comuni catalani hanno già comunicato la propria disponibilità a disobbedire e a collaborare con il governo catalano nell’esecuzione di una legge ormai non più in vigore. Nei comuni rimanenti, e soprattutto a Barcellona, vivono però un terzo degli elettori catalani. Colau, attaccata da indipendentisti e non indipendentisti, ha chiesto ieri sera al governo catalano in una lettera «quali decisioni avete previsto, date le nuove circostanze» su come «garantire e facilitare il diritto alla partecipazione politica e alla mobilitazione». In un post di facebook aveva anche cercato di spiegare la sua difficile posizione, chiedendo una soluzione politica al conflitto, e aggiungendo che «la Catalogna ha bisogno di un referendum che interpelli tutti i cittadini. E a cui tutti si sentano chiamati a partecipare».

DA MADRID, come ampiamente previsto, hanno già scatenato tutti i mezzi giuridici a disposizione: ieri il Tribunale costituzionale ha sospeso anche la legge di transitorietà giuridica approvata giovedì notte (che dovrebbe regolare la repubblica catalana dal 2 ottobre) e la procura ha deciso di aprire un’inchiesta su tutti i membri del governo catalano e della presidenza del parlamento catalano. Tutti con le stesse accuse: disobbedienza, abuso d’ufficio e malversazione. La novità è che stavolta si chiede l’embargo cautelativo dei beni – cosa che spaventa non poco gli indipendentisti – per suffragare gli eventuali danni all’erario pubblico per i quali dovessero essere condannati. Anche la pagina web che spiega come votare è al centro del mirino: la procura ne chiede la chiusura, e il ministro spagnolo delle finanze Cristobal Montoro ha chiesto al governo catalano di giustificare come è stata pagata. Nel frattempo la Guardia Civil, per portarsi avanti, ha già sequestrato materiale per il referendum in una stamperia. E sono già pronti gli ordini perentori per tutte le forze di polizia (compresi i Mossos) per il sequestro di urne, schede, manuali di istruzione per il voto, e materiale informatico che possa essere utilizzato il primo ottobre.

DIFFICILE CREDERE che questo non fosse stato previsto. Ma sembra che il piano per ora sia solo quello di mostrare i muscoli nella Diada di lunedì, la festa nazionale catalana che da alcuni anni ormai è l’occasione per gli indipendentisti di far pesare la loro forza. Si prospetta una giornata incandescente. È per questo che la legge di transitorietà giuridica, che pure non era indispensabile approvare con tanta fretta, dato che semmai entrerebbe in vigore solo il 2 ottobre, è stata votata in poche ore giovedì, saltando norme, regolamenti, buone prassi parlamentari di tutela delle minoranze e le stesse indicazioni dei servizi giuridici del parlamento.

Così lunedì si potrà dire: abbiamo preparato tutto per la Repubblica catalana. Ma è ovvio che benché dettagliato in 89 articoli, non è semplice mettere in piedi una norma con valore costituzionale (anche se temporaneo) che crei un nuovo stato dal nulla, «assicurando la massima continuità possibile alle norme vigenti», pagando pensioni e prestazioni sociali, riscuotendo imposte, mantenendo regimi giuridici nazionali e internazionali, funzionari pubblici, e regolando il funzionamento di parlamento e istituzioni catalane. E meno che mai in 15 giorni e senza l’accordo della Spagna e dell’unione europea. Giovedì il presidente del parlamento europeo Tajani era stato molto perentorio: «Qualsiasi azione contro la Costituzione di uno stato membro è una azione contro la legalità della Ue», aggiungendo che «un nuovo stato indipendente si trasformerebbe in un paese terzo rispetto alla Ue».

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

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