Toni Comín: «Con il ricorso il Pp ha ucciso la costituzione»

Intervista al ministro del govern Puigdemont, Toni Comín. «Non abbiamo commesso illegalità; il governo centrale sì, con la sua repressione che ha fatto saltare lo stato di diritto»

Luca Tancredi Barone • 1/10/2017 • Internazionale • 535 Viste

BARCELLONA. Si definisce «orfano politico del Pci», «l’unico ministro comunista», catalanista e indipendentista. Per il conseller (o ministro) della sanità Toni Comín,  di Esquerra Republicana, il Tribunale costituzionale (Tc) è illegittimo e non è vero che la sua maggioranza parlamentare ha schiacciato i diritti dell’opposizione. Dichiaratamente omosessuale, con figlia, difende con orgoglio le politiche sociali e Lgbt-friendly del suo mandato.

Un referendum, come previsto dalla legge approvata dal Parlament catalano, con tutti gli ostacoli e le difficoltà logistiche che ci sta mettendo il governo spagnolo. Noi lavoriamo per superarli perché abbiamo l’obbligo di compiere la legge.

Secondo il Tribunale costituzionale questo referendum e la legge che lo istituisce sono illegali.

Le argomentazioni del Tc sono inconsistenti. Primo, perché il diritto di autodeterminazione è un diritto naturale dei popoli, accettato dal diritto internazionale, che prevale sugli ordinamenti costituzionali.

Secondo, perché nel 2010 il Pp ha fatto saltare per aria il patto costituzionale del 1978. Con il ricorso contro la Statuto catalano, hanno barato, hanno ucciso la costituzione.

Più che altre istituzioni, il Tc deve la propria legittimità a quello che fa: si chiama legittimità d’esercizio. Qui in Catalogna non ce l’ha più. È come un arbitro che indossa la maglietta di una squadra, non fischia i falli, e ne commette anche lui. In questi casi, devi uscire dal campo. Come ha fatto la Catalogna.

Un argomento insidioso.

Il problema della sentenza non è il suo contenuto. Nel patto costituzionale si dice che l’ultima parola sullo statuto ce l’ha il popolo catalano. Gli riconosce una sovranità maggiore di quella del Congresso (da cui era stato approvato lo statuto dopo l’ok del Parlament catalano, ndr). Nel 2006 i catalani l’hanno votato in un referendum (con una partecipazione del 49%, ndr). Il ricorso del Pp ha fatto saltare tutto.

Voi del governo comparate spesso questo referendum a quelli scozzese e del Quebec.

Anche il Regno Unito e il Canada avevano testi scritti che se letti con occhio legalista e autoritario non avrebbero permesso un referendum. Il Regno Unito ha un Trattato dell’Unione, che unisce Inghilterra e Scozia, che all’articolo uno dice «forever after», cioè nei secoli dei secoli. Proprio come «l’indissolubile unità» della Costituzione spagnola. Loro hanno capito che in uno scontro dove si chiede una cosa che formalmente non figura in costituzione ci sono solo due opzioni: o negoziare un referendum, o la repressione. Noi non abbiamo commesso illegalità; il governo centrale sì, con la sua repressione che ha fatto saltare lo stato di diritto.

Non mi pare voi siate impeccabili. Le due leggi annullate dal Tc sono state approvate in un giorno fra le proteste dell’opposizione.

Purtroppo in democrazia a volte c’è uno scontro fra diritti diversi. In questo caso lo scontro, provocato dall’opposizione, era fra il diritto all’autodeterminazione e il diritto dell’opposizione ad appellarsi al Consiglio di garanzia statutaria. Per dare loro questo diritto non avremmo potuto convocare il referendum. Abbiamo scelto di far prevalere il diritto dei cittadini catalani.

Avreste avuto più tempo presentando la legge prima. Che legittimità ha una legge chiave votata a maggioranza semplice quando per qualsiasi modifica dello statuto ci vogliono i 2/3?

Abbiamo cercato durante tutta la legislatura vie per fare questo dibattito nelle condizioni ideali. Ce l’ha impedito l’opposizione. Il regolamento permette di poter approvare una legge anche senza passare per il Consiglio di garanzia.

Secondo la vostra legge, entro 48 ore dovrete dichiarare l’indipendenza, dato che bastano più Sì che No per fare questo passo.

Dovremo vedere com’è andata la giornata elettorale. Finché non sapremo com’è andato lo scontro con il governo centrale, non sapremo qual è il nostro mandato. E no, non le do numeri, pronostici, soglie. Risponderò lunedì.

Non avete paura di aver illuso molte persone per niente?

No, perché in questo processo le istituzioni sono andate dietro alla gente, alle mobilitazioni della società civile. Noi abbiamo solo tradotto la volontà cittadina in un processo istituzionale.

Barcellona sta combattendo per ottenere la sede dell’Ema, l’Agenzia europea del farmaco. Non è contraddittorio?

Per i nostri obiettivi come governo no. Noi vogliamo che la Catalogna sia una repubblica indipendente, vogliamo che formi parte della Ue e che l’Ema abbia la miglior sede possibile, che per noi è Barcellona.

Alcuni pensano che una Catalogna autonoma dovrebbe uscire dalla Ue.

Se Barcellona è la migliore candidata lo è non perché fa parte del Regno di Spagna. Tutto indica che a medio termine la Catalogna sarà parte della Ue. Non entro nel dettaglio tecnico se dovremmo prima uscire e poi rientrare o potremmo rimanere dentro la Ue: in ogni caso il destino naturale della Catalogna è dentro la Unione.

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This