Egitto. Battaglia nel deserto, morti 53 poliziotti

Egitto. Si allargano a macchia d’olio i gruppi jihadisti, legati a reti internazionali o operativi a livello regionale

Chiara Cruciati • 22/10/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi • 694 Viste

Compiono attentati nel cuore delle città egiziane e lungo la costa così come in Sinai e ai confini del deserto. E la dura campagna militare di al-Sisi ha avuto come principale target e vittima non le reti jihadiste ma la società civile e le comunità dimenticate

Il bilancio della battaglia di Wahat è devastante: un’intera notte di scontri a fuoco, 53 (forse 54) poliziotti uccisi e il timore non confermato di alcuni agenti presi in ostaggio.

Non ci troviamo, come si potrebbe pensare, nella Penisola del Sinai, divenuta ormai sinonimo di stato di emergenza e gruppi islamisti radicali. Ma nell’oasi di Bahariya, nel governatorato di Giza, 370 chilometri a sud ovest del Cairo.

Terra che lambisce il deserto occidentale egiziano e il jihadismo: è qui che inizia la zona di operatività dei Soldati del Califfato, milizia legata allo Stato Islamico e responsabile dei più brutali attacchi degli ultimi anni (le bombe di dicembre 2016 contro due chiese al Cairo e le stragi della Domenica delle Palme a Tanta e Alessandria, lo scorso marzo); il gruppo qaedista africano al-Mourabitoun; e Hasm, formazione nata nel 2014 ma salita alle cronache nel 2016, considerata dal governo braccio armato dei Fratelli Musulmani (che negano, da parte loro, ogni legame).

Gli scontri sono scoppiati nella notte di venerdì, durante un’operazione di polizia volta alla cattura di alcune cellule di islamisti che si ritenevano attive, con campi di addestramento, nella zona. Si è conclusa con un’imboscata, lancio di granate e ordigni esplosivi. E con un massacro: 18 ufficiali e 35 reclute, forse di più.

Subito l’esercito ha inviato altri rinforzi e pattuglie per individuare i miliziani fuggiti. Che rivendicano l’azione: a farsi avanti con un comunicato online è Hasm, gruppo islamista a cui ancora non è stata data né un’affiliazione precisa né una dimensione ma che nel corso degli ultimi 18 mesi si è reso responsabile di attentati contro poliziotti e giudici.

Si allarga a macchia d’olio in Egitto la presenza – e l’attività – di differenti gruppi jihadisti, legati a reti internazionali o operativi a livello regionale. Compiono attentati nel cuore delle città egiziane e lungo la costa così come in Sinai e ai confini del deserto, nonostante lo stato di emergenza, prima limitato alla Penisola del Sinai ma dallo scorso marzo ampliato a tutto il paese.

La dura campagna militare portata avanti a oriente non dà i frutti sperati e le leggi emanate dal presidente al-Sisi fin dalla sua elezione (in alcuni casi prima, come la controversa legge anti-terrorismo), hanno avuto come principale target e vittima non le reti jihadiste ma la società civile.

E le comunità dimenticate dai vertici, a partire proprio dal Sinai dove a prevalere è Ansar Beit Al-Maqdis, che – professata fedeltà all’Isis di Al-Baghdadi – ha cambiato il nome in «Provincia del Sinai, chiaro tentativo di farsi «entità statuale». Il gruppo è tornato a mostrarsi in questi giorni con due attacchi nel nord del Sinai: il primo domenica scorsa, al checkpoint militare di Karm Al-Qawadis, sei militari uccisi; il secondo lunedì ad Arish, tre agenti e tre civili tra le vittime.

Nella Penisola lo stato di emergenza si è tradotto in vessazioni e abusi contro i civili sottoposti a violenze gratuite, arresti arbitrari, coprifuoco, restrizioni al movimento e corruzione dilagante.

I critici della politica anti-terrorismo di al-Sisi (che la usa a piene mani sul piano internazionale per accreditarsi come valido partner anti-jihadismo) accusano il governo di infiammare le tensioni e il conseguente radicamento islamista invece di estirparlo.

Una violenza istituzionale che si accompagna alla quasi totale assenza di servizi e investimenti economici, tutti concentrati lungo la costa dove al-Sisi passa da un’inaugurazione all’altra di progetti faraonici, come le nuove città di New Cairo a New Al Alamein.

Il presidente ieri era proprio nel sito dove sorgerà la «nuova» El Alamein: 50mila ettari di terreno, 14 chilometri di costa e 5 miliardi di investimenti per ospitare nella prima fase 400mila persone. Come New Cairo (che di miliardi ne costerà almeno 45 e che dovrebbe arrivare a ospitare 6-7 milioni di persone), negli slogan del governo, aiuterà a decongestionare la capitale dove vivono 20 milioni di persone.

Era lì al-Sisi per tagliare nastri in occasione dei 75 anni dalla battaglia di Al Alamein e l’inizio della sconfitta del fronte nazi-fascista in Africa. Era accompagnato da diplomatici stranieri (tra cui il sottosegretario italiano agli Esteri, Vincenzo Amendola) quando l’evento è stato sospeso per ragioni di sicurezza.

Intanto il procuratore generale Nabil Sadeq ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sui fatti dell’oasi di Bahariya. A seguirla sarà il ministero degli interni.

Secondo fonti interne, inoltre, oggi il premier Ismail spiegherà al parlamento il decreto del 12 ottobre sul nuovo stato di emergenza: non un’estensione del precedente (non è possibile un ulteriore rinnovo), ma una «nuova dichiarazione» di stato di emergenza.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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