democrazia diretta

Referendum. Alta affluenza in Veneto, Lombardia verso il 40 per cento

La partita ora si sposta sul piano istituzionale. I referendum erano consultivi, servivano a Maroni e Zaia per avere maggiore forza nella trattativa

Cesare Zapperi • 23/10/2017 • Politica & Istituzioni • 107 Viste

Se davvero sarà stata una «giornata storica» lo si capirà solo alla fine dell’iter, quando, dopo la trattativa con il governo, sarà chiaro quante e quali materie di competenza statale passeranno di mano. Ma ieri Lombardia e Veneto hanno superato la prova dei referendum consultivi indetti per ottenere maggiore autonomia.

Nella Regione governata da Luca Zaia, dove c’era il quorum del 50 per cento, l’ostacolo è stato oltrepassato già alle 19 e alla chiusura dei seggi ha assunto proporzioni rilevanti, il 57 per cento (malgrado un attacco hacker che ha violato il doppio livello di sicurezza). In Lombardia, dove al contrario non era necessario raggiungere un tetto minimo, l’affluenza si è attestata intorno al 40 per cento, secondo le stime di Maroni. Dato superiore al 34 per cento indicato alla vigilia come soddisfacente dal governatore (a palazzo Lombardia ci sono stati problemi con il voto elettronico).

In Veneto, dove l’iniziativa referendaria era stata varata dal Consiglio regionale all’unanimità, la provincia che ha fatto registrare il maggior numero di votanti è stata quella di Vicenza (con punte vicino al 70 per cento), seguita da Padova e Treviso. In Lombardia, invece, la palma dei più sensibili al richiamo referendario è toccata ai bergamaschi (il sindaco del capoluogo, il pd Giorgio Gori, aveva invitato a votare Sì), seguiti da lecchesi e bresciani. In fondo alle rispettive classifiche, si trovano Venezia e Milano, come se il tema dell’autonomia faticasse a sfondare nelle città metropolitane. Il Sì ai quesiti che chiedevano maggiore autonomia ha ottenuto percentuali bulgare (oltre il 95 per cento), ma è passato in secondo piano perché chi si opponeva (frange di Fratelli d’Italia e del Partito democratico) ha preferito invitare a starsene a casa. La partita si giocava sull’affluenza e lì la risposta è stata inequivocabile come conferma il coro di commenti arrivati da destra a sinistra che lodano la partecipazione popolare. Al di là della Lega, che si intesta il successo avendo la primogenitura della battaglia, nel coro di politici che si dicono soddisfatti per l’affluenza ci sono Debora Serracchiani (Pd), Renato Brunetta (Forza Italia), Gaetano Quagliariello (Idea), Stefano Parisi (Energie per l’Italia), Giovanni Endrizzi (M5S). L’unica stecca nel coro è quella di Giorgia Meloni. Per la presidente di Fratelli d’Italia «i referendum non sono stati un plebiscito, le riforme si fanno tutti insieme e non a pezzi».

La partita ora si sposta sul piano istituzionale. I referendum erano consultivi, servivano a Maroni e Zaia per avere maggiore forza nella trattativa che la Costituzione prevede con il governo. Nei prossimi giorni i rispettivi consigli regionali daranno mandato ai presidenti di procedere. I tempi sono stretti. Al più tardi tra fine gennaio e metà febbraio il confronto con Roma entrerà nel vivo.

FONTE: Cesare Zapperi, CORRIERE DELLA SERA

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