Il vento salva Torino dalle polveri sottili ma incenerisce la Val Susa

Un immenso incendio sta divorando boschi, campi e pascoli, avvicinandosi pericolosamente alla case

Maurizio Pagliassotti • 24/10/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 581 Viste

Ambiente.  Il paradosso di una mega opera imposta laddove servirebbero tanti piccoli interventi

 

“Il punto più lontano dell’universo da Torino è la Val Susa”: lo disse qualche anno fa Luca Rastello, scrittore torinese recentemente scomparso, unico intellettuale libero vissuto da queste parti negli ultimi anni.
Mai come in questi giorni si può dire che Luca Rastello avesse ragione.

Un bel vento è arrivato e ha spazzato via le polveri sottili da Torino, rendendo l’aria frizzante al mattino.
Peccato per quel vago sentore di bruciato e per quella immensa nube gialla che a mezzogiorno oscura il sole. Peccato per quelle fiamme che stanno divorando da due giorni mille e cinquecento ettari di bosco, a macchia di leopardo. Lingue di fiamme alte venti metri che divorano la montagna e i suoi già spogli lariceti, e si avvicinano minacciose alle case delle borgate.

Il punto più lontano dell’universo da Torino arde come una torcia lungo un fronte di quindici chilometri, dove il bosco qua è là è costellato da piccoli e grandi incendi, nati dalla terra ormai trasformatasi in polvere dopo lunghi mesi di siccità.

E’ una giornata splendida in val Susa, così simile a quelle giornate abruzzesi di questa estate, quando le fiamme si mangiarono una montagna, il Morrone, e un parco, la Maiella.
Nell’aria lo stesso odore di bruciato che arriva da lontano.

Vigili del fuoco e volontari della AIB sono fermi nel centro della Croce Rossa di Bussoleno e guardano con i binocoli le mosse dei loro uomini che tentano di spegnere le fiamme corpo a corpo. Hanno delle divise arancioni quelli che stanno lassù nel bosco, ché li rendono visibili: in contatto radio con il campo base vengono istruiti su cosa fare, perché le fiamme, che si spostano a vampate, potrebbero circondarli senza che se ne accorgano.

Basso all’orizzonte si avvista il canadair carico d’acqua, i cui piloti chiedono all’ufficiale a terra quando sganciare la bomba d’acqua, dato che loro non vedono nulla muovendosi in mezzo all’immensa nube di fimo giallo.
Questa scena si allunga per tutta la valle, e giunge fino alle porte della grande città, probabilmente ignara della gravità di quanto sta accadendo lungo quel “corridoio” che, per i più, esiste solamente in inverno quando lo si attraversa per raggiungere il più in fretta possibile le piste da sci.

Così si entra nel cuore del paradosso: il vento che ha salvato la città, dal pericolo delle polveri sottili nonché dai suoi divieti e consigli, è lo stesso vento che sta distruggendo campi, castagneti, foresta, palestre di arrampicata, il vento di fuoco che rende impossibile respirare e obbliga le borgate alla fuga.

Un libro di molti anni fa aveva un titolo evocativo: La valle in fondo al vento, scritto da Giorgio Cattaneo per Aliberti.
Un libro che tratta la vicenda del Tav che, anche in questo caso è il convitato di pietra. Torino, e in generale tutte le città ammorbate da traffico e inquinamento, piange perché non ha un centesimo per investimenti nel trasporto pubblico, e addirittura deve ridurre quello che ha. Men che meno ci sono soldi per infrastrutture pubbliche, le famose “misure strutturali” che tutti invocano nel momento in cui si devono tener buoni i cittadini inferociti.

La valle deve subire un’opera ciclopica, un tunnel di base da oltre 56 km, costo svariati miliardi di euro, pagati prettamente dall’Italia per quanto concerne il tunnel di base, laddove non c’è traffico e un tunnel ferroviario c’è già.

In un contesto culturale dove gli Stati funzionano ormai come esercizi commerciali, e tutta l’umanità deve rispondere all’unica legge morale sopravissuta alla selezione naturale, quella che prevede il pareggio tra la colonna delle entrate e quella delle uscite, parrebbe abbastanza logico pensare che le risorse impiegate per un’infrastruttura fuori scala come il Tav potrebbero essere impiegate laddove vi è reale bisogno: negli agglomerati urbani dove mancano infrastrutture e risorse pubbliche, indispensabili se si vuole mantenere un minimo di salubrità senza obbligare i cittadini a inventarsi maratoneti, ciclisti, o asceti in cerca del karma sull’autobus pubblico.
Troppo difficile.

Caterina Accalai vive a Caprie e la sua casa dista pochi centinaia di metri dalle fiamme: “Dalla finestra della mia camera vedo ora che l’incendio sta aumentando, e la montagna sembra un braciere a cielo aperto. Non si può parlare di incendi in val Susa senza parlare di Alta Velocità. Ci vogliono fare il Tav e non ci sono soldi per strade taglia fuoco, dobbiamo aspettare i canadeir perché ce ne sono pochi, e in generale è evidente che le risorse per lottare contro questi eventi sono insufficienti. Ci chiedono di essere bravi, calmi, però mi piacerebbe capire perché dobbiamo subire in silenzio queste situazioni.”

Scende la notte, il vecchia soffia sempre teso. Il cielo sembra un girone dantesco: di notte le fiamme sembra che allunghino le loro spire fino a quasi a lambire la lontana città.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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