Il ministro Calenda fa infuriare Mittal sull’Ilva

Nel giorno del grande Sciopero. Il ministro sbugiarda collaboratori e commissari. Si prepara a fondare un partito? I sindacati: giusto non applicare il Jobsact, ma non accetteremo un esubero neanche negli appalti

Massimo Franchi • 10/10/2017 • Lavoro, economia & finanza • 429 Viste

Il colpo di scena è totalmente inaspettato. E sorprende più di tutti i rappresentanti di Arcelor Mittal, scesi a Roma con una delegazione in grande stile per trattare le condizioni migliori a cui prendersi l’Ilva.
CONCORDATO ALL’INTERNO del governo già domenica – come dimostrano le dichiarazioni del ministro Pinotti da Genvoa – direttamente con Paolo Gentiloni, tocca a Carlo Calenda fare la parte di chi sta (improvvisamente) dalla parte dei lavoratori. La sua presenza alla trattativa non era neanche prevista. E invece il ministro dello Sviluppo economico dà inizio alla sua giornata campale – ogni sua dichiarazione su Ilva, Telecom e politica sarà rilanciata da tutte le agenzie con le stellette proprie di una breaking news – prima incontrando la cordata AmInvestCo e lasciandola letteralmente «esterrefatta», poi i tre segretari generali metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm e infine tutta la delegazione sindacale riunita: «Non è accettabile aprire il tavolo senza garantire le condizioni salariali e contrattuali dei lavoratori. Pertanto il tavolo è annullato. L’azienda dovrà tornare dopo il confronto con gli azionisti. Se ciò non avvenisse il governo, sarebbe pronto a mettere in campo tutto quanto è nelle sue prerogative per il rispetto degli impegni presi».
POI CALENDA SCENDE LE SCALE del ministero a ripetere la frase a favore di telecamere all’ora dei tg con accanto una impietrita Teresa Bellanova: «Abbiamo incontrato con il viceministro Bellanova l’azienda e abbiamo comunicato che l’apertura del tavolo in questi termini è irricevibile». Per Calenda «è molto importante che la vicenda sia gestita in maniera responsabile da parte di tutti ma mi pare – ha detto – che questa responsabilità da parte dell’azienda non ci sia».
A CHI GLI FA NOTARE CHE venerdì il governo – per bocca proprio della Bellanova – aveva invece sostenuto che la trattativa doveva partire, Calenda risponde ripetendo quanto già detto, prima di risalire veloce al ministero. Sembra veramente un capo partito, magari quello vagheggiato come «terza gamba» del centrosinistra renziano con Emma Bonino, il sottosegretario agli esteri Benedetto Della Vedova, l’economista (senza laurea) Oscar Giannino e l’ex mister Spending review Carlo Cottarelli: una sorta di «Forza Europa» per copiare Macron.
LA NOTIZIA DEL DIETROFRONT governativo arriva in tempo reale in tutte le città in cui si stanno tenendo scioperi (tutti con adesioni al 100 per cento) e cortei contro la proposta AmInvestCo, i 4 mila esuberi e l’applicazione dei nuovi contratti da Jobs act (senza articolo 18 e senza anzianità aziendale): da Marghera a Genova, da Novi Ligure a (soprattutto) Taranto i lavoratori scesi in piazza festeggiano la loro vittoria.
TUTT’ALTRA REAZIONE INVECE da parte di Arcelor Mittal. In una nota ufficiale la proprietà del gruppo indiano-francese che detiene l’85 per cento di AmInvestCo – Marcegaglia è in uscita – si dice «contrariata per non aver potuto iniziare una negoziazione con i sindacati». Ma non demorde: «È importante che Ilva sia riposizionata sul mercato al fine di avere garantito un futuro che sia duraturo, stabile e sostenibile, ma questo significa essere competitivi nei confronti delle altre aziende del settore». Come dire: noi non possiamo fare regali. In realtà sembra che in Arcelor Mittal nulla si muova senza il volere del figlio minore del magnate indiano Lakshmi, il rampante direttore finanziario Aditya Mittal. E lui non vuole perdere nemmeno un euro per entrare nel mercato italiano, considerato residuale. La rabbia degli indiani è soprattutto per i tre commissari ministeriali Corrado Carrubba, Enrico Laghi e Piero Gnudi che hanno sottoscritto con loro la proposta contrattuale per il ramo d’azienda venerdì. E che ieri non sono stati nominati – nè rimossi – da Calenda.
IN REALTÀ LA RETROMARCIA non è totale e lascia inalterato il problema esuberi – 4mila – e dei licenziamenti negli appalti: stimati in 7mila. Calenda infatti ha riconosciuto che fossero «concordati» con la cordata. I sindacati comunque portano a casa e capitalizzano la vittoria appoggiando il comportamento di Calenda – «pur apprezzando parzialmente la posizione del governo a riguardo dei livelli retributivi e di inquadramento» – ma rilanciando la lotta per azzerare gli esuberi: «Rimangono del tutto inaccettabili e ingiustificati i 4.000 esuberi a cui si devono aggiungere tutti quelli che fanno parte delle attività dell’indotto», scrivono nella nota unitaria serale Fim, Fiom e Uilm.
«TUTTO IL PIANO INDUSTRIALE va rivisto perchè non è un piano che consente un ruolo strategico alla siderurgia in questo paese», sottolinea il segretario generale della Fiom Cgil Francesca Re David. La Fiom più che ad una riapertura del bando all’altra cordata di AcciaItalia guidata dagli indiani di Jindal – che garantivano più occupazione ma sempre tagliando i salari e che dovrebbero invece salvare Piombino – punta ad nuovo ingresso nel capitale di Cassa Depositi e Prestiti e dunque del pubblico.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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