Richard Falk: «Mai così alto il rischio di catastrofe nucleare»

Richard Falk: «Mai così alto il rischio di catastrofe nucleare»

«Gli Stati uniti sono i primi ad opporsi a qualsiasi piccolo passo che possa diminuire il loro dominio di prima potenza nucleare. Un apartheid di pochi verso il resto del mondo»

«Oggi viviamo il rischio di una catastrofe nucleare più che durante la guerra fredda, e non so quanto questo sia evitabile: la possibilità del doomsday, l’incenerimento del pianeta, non si limita solo alla Corea del Nord verso gli Stati uniti, bensì all’opzione militarista insita nel mondo globalizzato, che si è estesa a India, il Giappone malgrado Hiroshima e Nagasaki, Pakistan e una miriade di altri paesi alleati. È una situazione mondiale, molto instabile e pericolosa. La leadership di questo “apartheid nucleare” spetta agli Stati uniti in primis, che decidono e dettano ordini nei confronti del resto del mondo, invocando, a loro discrezione il principio di “sicurezza nazionale”».

È in questi termini che inizia l’intervista a Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale a Princeton fino al 2011 e dal 2004 al 2014 rapporteur per le Nazioni Unite sulla questione palestinese.

Come legge il premio Nobel per la Pace assegnato quest’anno all’organizzazione Ican (la campagna Internazionale per la messa al bando del nucleare)?

Questo Nobel è certo un evento molto importante, soprattutto nella prospettiva sino ad ora assegnata ai premi Nobel. Stavolta, finalmente, viene assegnato a persone e a oltre 140 coalizioni internazionali che da anni perseguono la visione di un mondo denuclearizzato e meno guerrafondaio. Comprese le organizzazioni che in California di questo, con me, si occupano. Ma resta arduo dire se il premio influirà subito e direttamente sul presente carico di militarismo tecnologico.

Perché questo pessimismo?

Da un lato abbiamo un Trattato, cui hanno aderito 122 paesi membri, per la messa al bando del nucleare. Si oppongono al trattato, oltre ai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Francia, Inghilterra, Stati uniti, Russia e Cina), Israele, Pakistan, India e Corea del Nord: tutti dotati di arsenale atomico. E altri paesi come l’Italia e il Giappone dimentico del passato. Ciò dimostra la tensione fra l’estesa opinione pubblica mondiale e le motivazioni di geopolitica dei governi e dei leader che dominano il nostro mondo.

Gli Stati uniti sono i primi ad opporsi, violentemente, a qualsiasi piccolo passo anche modesto, che possa diminuire il loro dominio di prima potenza nucleare. Una sorta di “apartheid” di pochi verso il resto del mondo, utilizzando e manipolando le norme del diritto internazionale per assecondare interessi strategici di potenza.

Il presidente Trump ha deciso di non certificare l’accordo con l’Iran sul nucleare civile, stipulato da Obama e firmato da Europa, Cina e Russia. Ora come reagirà concretamente Tehran?

Il governo dell’Iran è pronto a pagare gravi conseguenze piuttosto che arrendersi politicamente alle condizioni di Trump. Di fatto la Atomic Energy Agency (Aiea) ha verificato pubblicamente che l’Iran sta adempiendo alle clausole previste dal Trattato, non negoziabile.

Trump è un irresponsabile e il rischio è di innescare una guerra per divergere l’attenzione internazionale e quella dei propri elettori dai propri fallimenti politici.

In politica interna l’establishment del partito repubblicano, per quanto reazionario, quando dalla retorica passa all’azione lo fa sempre nei limiti stabiliti della «national security state» e agisce anche con il consenso dell’establishment del partito democratico. Trump si muove al di fuori dei parametri del sistema della «national security», senza alcun controllo sia da parte dei repubblicani sia da parte dei suoi elettori. Né il partito repubblicano né la popolazione americana sono favorevoli a una terza guerra mondiale provocata da Trump.

Ritiene possibili iniziative del suo partito per rimuoverlo dalla presidenza?

Mi meraviglio che non lo abbia gia fatto. L’establishment repubblicano, in qualche modo, senza la lunga procedura congressuale dell’impeachment, cercherà di farlo fuori una volta completato il programma di revisione istituzionale caldeggiato da oltre otto anni.

Che pensa dell’accordo fra Hamas-Fatah, condannato da Trump e da Netanyahu e della decisione di Trump di ritirare l’adesione degli Stati uniti all’Unesco?

L’accordo di riconciliazione Hamas-Fatah appare più solido dei tentativi precedenti. Ma le tensioni permangono ed è troppo presto per asserire che possa portare a risultati concreti. Sappiamo che sia Israele che gli Stati uniti, dietro le quinte, non volevano bloccare questa riconciliazione nel timore che venisse loro attribuita la responsabilità del disastro umanitario.

La decisione di Washington di ritirare l’adesione all’Unesco è il modo di Trump per mostrare la propria ostilità verso l’Onu. Di fatto l’Unesco ha sempre osteggiato gli intenti e i progetti della Casa bianca su Gerusalemme, gli insediamenti nei Territori occupati palestinesi, le interferenze contro la tradizione musulmana.

FONTE: Patri,cia Lombroso IL MANIFESTO



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