Maboroshi. Viaggio nei moderni slum del Giappone

Esistono nelle principali città giapponesi delle zone e dei distretti dove abitano e si raccolgono le classi sociali più povere

Matteo Boscarol • 13/10/2017 • Internazionale, Povertà & Esclusione sociale • 632 Viste

Maboroshi. Conosciuti in gergo come doya-gai o yoseba, esistono nelle principali città giapponesi delle zone e dei distretti dove abitano e si raccolgono le classi sociali più povere, gli emarginati, coloro che non hanno più un lavoro o semplicemente coloro che lavorano alla giornata

Conosciuti in gergo come doya-gai o yoseba, esistono nelle principali città giapponesi delle zone e dei distretti dove abitano e si raccolgono le classi sociali più povere, gli emarginati, coloro che non hanno più un lavoro o semplicemente coloro che lavorano alla giornata. San’ya a Tokyo, Kamagasaki a Osaka, Sasashima a Nagoya e Kotobuki-cho a Yokohama sono alcune delle zone che nell’immaginario collettivo sono legate a questi moderni slum, ognuno con la propria storia ed alcuni, come Sasashima, quasi scomparsi.

Quasi anomalie urbane e rifiutate dal discorso ufficiale, queste zone forniscono un’interessante mappatura sulle condizioni e sui flussi delle classi meno agiate ed emarginate nel Giappone contemporaneo. In questo loro essere aree borderline dove la povertà e la diseguaglianza sociale emerge prepotentemente e senza filtri, elementi che di solito non si vedono e non vengono mostrati nella facciata esibita dalla società nipponica, queste zone hanno spesso trovato rappresentazione nel cinema del Sol Levante. Esistono alcuni film cioè che nel corso dei decenni hanno affrontato e rappresentato, con modalità differenti naturalmente, questi moderni slum, il più famoso, tragicamente famoso purtroppo, è Yama Attack to Attack del 1985.

Si tratta di un documentario che esplora le condizioni di vita e le lotte giornaliere degli abitanti di San’ya, molto spesso in conflitto con gruppi di estrema destra e yakuza che cercavano di sfruttarne la povertà. Proprio gli attriti con il crimine organizzato e la volontà di documentare ciò che succedeva nell’area costarono la vita a Mitsuo Sato, regista del film che venne assassinato da un membro di un gruppo yakuza nel dicembre del 1984, il film però venne ripreso, anche per onorare la morte del regista, e il posto dietro alla macchina da presa fu preso da Kyoichi Yamaoka, che a sua volta però fu ucciso dallo stesso gruppo yakuza. Le riprese continuarono comunque portate avanti dai collaboratori e dalla troupe ed il film uscì nelle sale del Sol Levante a fine 1985 diventando una importantissima testimonianza di una ferita che ancora sanguina nella società nipponica contemporanea. Pressapoco nello stesso periodo, nella prima metà degli anni ottanta cioè, un’altra delle doya-gai nipponiche fu scelta come location per quello che è giustamente considerato uno dei film di culto e underground giapponesi più importanti, Noisy Requiem. Girata in totale indipendenza da Yoshihiko Matsui, pupillo di Shuji Terayama, la pellicola ambienta molte delle sue scene, girate in un bianco e nero cristallino ma gravido di dolore e abiezione, a Kamagasaki a Osaka.

L’atmosfera di abbandono delle case e delle persone che siedono in strada fin dalla prima mattina, è in piena risonanza con il tema principale del film, un viaggio diretto e senza sconti nelle zone più cupe dell’animo umano, dove incesto, sangue ed abiezione si mescolano ad un puro quanto deviato desiderio di amore. Una dolorosa e veritiera testimonianza delle persone che vivevano a Kotobuki-cho, Yokohama, verso la metà degli anni settanta è invece Dokkoi, Song from the Bottom, film documentario realizzato dal famoso collettivo della Ogawa Production dopo la serie di film sulla resistenza alla costruzione dell’aeroporto di Narita a cavallo fra i sessanta ed i settanta. Con lo stesso approccio adottato nei lavori precedenti il collettivo abita e vive nella zona e la pellicola è il risultato di questa convivenza e condivisione delle dure condizioni di vita delle quasi 6000 persone che abitavano all’epoca, pressate come bestiame, in una zona davvero piccola e degradata.

FONTE: Matteo Boscarol, IL MANIFESTO

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