Istat. Il lavoro sommerso vale 200 miliardi e calano le ispezioni sul lavoro

L’impietosa fotografia dell’Istat. Le attività fantasma sono principalmente quelle domestiche e in agricoltura

Roberto Ciccarelli • 12/10/2017 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 139 Viste

57 mila lavoratori irregolari in più tra il 2014 e il 2015. In totale in Italia sono 3 milioni 724 mila, in prevalenza dipendenti. Molto diffusi nel lavoro domestico

Il lavoro sommerso, irregolare e in nero traina l’economia italiana. Secondo l’Istat nel 2015 occupava 3 milioni 724 mila lavoratori, in prevalenza dipendenti (2 milioni 651 mila), in aumento sul 2014 di 57 mila. Il fatturato è impressionante: 208 miliardi di euro pari al 12,6% del prodotto interno lordo. Questi dati contengono anche il valore del giro d’affari prodotto dalla prostituzione (4 miliardi, in aumento) e dal traffico illegale delle droghe, rispettivamente 11,8 mld (in aumento rispetto al 2014). Il Pil di un paese come il nostro contiene evidentemente anche queste attività.

I SETTORI dove si fa più ricorso all’attività lavorativa illegale sono quelli del lavoro domestico e dell’agricoltura. Nei “servizi alle persone” era pari al 47,6% dell’occupazione del settore e in un anno è aumentato di 0,2 punti percentuali. In agricoltura, silvicoltura e pesca è pari al 17,9% e anche nell’edilizia supera un quarto degli occupati (16,9%). Poco distanti seguono il commercio, i trasporti, alloggi e ristorazioni.

IL RECORD del sommerso era stato raggiunto nel periodo precedente alla stagione renziana al governo: nel triennio 2012-2014 il valore dell’economia sommersa era cresciuto dal 12,7% al 13,1% del Pil. In un anno c’è stato dunque un calo che non ha tuttavia inciso in maniera significativa sulla struttura. “Anche se la cifra si riduce in termini assoluti il punto è che la battaglia contro il lavoro nero è stata persa, dato che ha avuto molto meno successo rispetto alle altre componenti, come quella delle sottodichiarazioni” sostiene Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Al centro del lavoro irregolare resta quello domestico che raggiunge percentuali altissime nei servizi (il 51,8%). Letti in maniera incrociati con i dati sull’evasione contributiva forniti dall’Inps per Andrea Zini, vice presidente di Assindatcolf, in questo settore si evadono 3,3 miliardi di euro. Sono diverse le cause di questa piaga persistente. Il basso numero delle ispezioni in azienda, rispetto a quelle censite dall’Inps: solo una su dieci nel 2016. Tra il 2014 e il 2015 è stato inoltre registrato un drastico calo delle aziende ispezionate: da 220 mila si è passati a circa 192 mila. Dalle ispezioni di quelle poche controllate sono emerse irregolarità nel 63% dei casi. «È bene ricordare – sostiene il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy – che economia sommersa significa aumento dell’imposizione fiscale per aziende e contribuenti “corretti” e, soprattutto, riduzione di servizi alle persone e meno tutele per lavoratrici e lavoratori». Ancora una volta viene avanzata la richiesta di un sistema di vigilanza e sanzionatorio capace di intervenire contro chi elude norme e contratti collettivi. Un’esigenza ben nota alla quale nessuno sembra volere rispondere. «L’Ispettorato del lavoro non deve solo contrastare il lavoro nero o sottopagato, ma anche vigilare sul rispetto delle norme di sicurezza per evitare incidenti sul lavoro, come quello costato la vita due giorni fa a due operai che lavoravano su una piattaforma della diga Furore a Naro, in Sicilia» sostiene Francesco Campanella (Articolo Uno – Mdp) secondo il quale «lavoro sommerso e morti bianche fenomeni connessi».

I DATI sono diventati l’occasione per continuare la battaglia sul Jobs Act e sul bilancio della «renzinomics». Per Giulio Marcon (Sinistra Italiana) l’aumento di 57 mila unità è il sintomo che la battaglia contro il lavoro nero è stata persa. «Altro che le magnifiche sorti progressive della riforma del lavoro renziana. Il Jobs Act e’ servito soltanto a togliere diritti alle lavoratrici e ai lavoratori e non ha prodotto un solo posto di lavoro stabile in più». Non è da meno il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, secondo il quale «il Jobs act ha prodotto 60 mila lavoratori illegali in più». Di tutt’altro avviso è Chiara Gribaudo, responsabile lavoro del Pd secondo la quale «le misure contro l’evasione fiscale messe in campo in questi anni iniziano a dare i loro frutti». Il Jobs Act doveva servire anche alla lotta contro il lavoro nero, «per rendere i contratti più semplici e fruibili» sostiene Gribaudo che sostiene che «molto può essere ancora fatto dal punto di vista burocratico».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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