Il futuro della Catalogna nelle urne

Il futuro della Catalogna nelle urne

Il vero test infuocato per la Catalogna saranno le elezioni del 21 dicembre. In quella occasione capiremo quanto valgono politicamente i due schieramenti che si contrappongono pro e contro l’indipendenza. Dalle urne uscirà il responso destinato a influire fortemente sul futuro di Barcellona.

Saranno elezioni certificate e da tutti accettate, a differenza del referendum autoconvocato dello scorso 1 ottobre.

La buona notizia è infatti che alle elezioni regionali parteciperanno tutti i partiti: quelli secessionisti (Partito democratico europeo di Catalogna di cui fa parte l’ex presidente Carles Puigdemont, Esquerra republicana, anticapitalisti della Cup), quelli «unionisti» (Partito popolare, Ciudadanos, Partito socialista) e quelli che auspicano una soluzione politica tra le due parti senza repressione e vacue dichiarazioni unilaterali di indipendenza (Podemos e Catalunya en Comú).

Non era scontato che ciò potesse avvenire. Dopo l’entrata in vigore dell’articolo 155 della Costituzione, quello che priva la Catalogna dei suoi poteri di autonomia, e la fine del dialogo tra Puigdemont e il premier Mariano Rajoy, poteva accadere di tutto. Scontri di piazza erano pericolosamente messi nel conto. Invece, finora, ed è auspicabile che si continui così, il miracolo politico è che tutto si è svolto e si svolge tra aspri contrasti frontali ma senza scontri di piazza (salvo gli incidenti ai seggi del referendum dell’1 ottobre). È così potuto accadere che domenica scorsa le strade di Barcellona si riempissero di centinaia di migliaia di «unionisti» che manifestavano per l’unità della Spagna, come nelle settimane precedenti era avvenuto il contrario. È una prova di saggezza politica da ambedue le parti.

La campagna elettorale appena agli inizi sta intanto rimescolando le posizioni in campo mostrando la fragilità di chi ha dichiarato frettolosamente l’indipendenza.

Dentro Podemos, per esempio, è scoppiata la polemica. Il leader Pablo Iglesias ha invitato seccamente militanti e dirigenti del suo partito che in Catalogna si sono schierati per l’indipendenza a cercare altri approdi politici. La posizione di Podemos è scomoda e difficile da sostenere, però sulla facile indipendenza fatta di slogan Iglesias non transige. Anche nel partito di Puigdemont si avvertono malumori: c’è una componente che vorrebbe riaprire i giochi con Madrid e che ritiene si sia andati troppo oltre con la dichiarazione unilaterale di indipendenza fino a spaventare imprese e investitori economici. Non convince gli indipendentisti moderati neppure il probabile esilio in Belgio di Puigdemont, che martedì è riapparso a Bruxelles dicendo che non tornerà in Spagna senza garanzie sulla propria libertà. Non è stata felice inoltre la sua decisione di scegliere gli avvocati per la propria difesa dalle imputazioni di Madrid tra quelli che in passato hanno aiutato i separatisti/terroristi dell’Eta. Se reggerà l’accordo innaturale tra Partito popolare di Catalogna, Esquerra republicana e Cup, ancora non si sa.

In sofferenza sono pure i socialisti, troppo schiacciati sulle posizioni del governo in nome dell’impegno – per ora tutto aleatorio – a riscrivere una riforma dello Stato in direzione confederale. I popolari di Rajoy, che in Catalogna non contano granché, e Ciudadanos vogliono invece verificare se la linea intransigente contro le spinte indipendentiste premia la destra, come segnalano i sondaggi nel resto della Spagna.

La posta in gioco del 21 dicembre è semplice e cruciale: si ribalterà o si rafforzerà la maggioranza che governa attualmente la Catalogna e che fotografa escalation e rapporti di forza recenti? Artur Mas, predecessore di Puigdemont, convocò un referendum «informale» nel novembre 2014 con un’affluenza stimata attorno al 36% degli aventi diritto al voto: l’80% dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza. La consultazione fu dichiarata poi illegittima dal Tribunale costituzionale. Mas, che nel frattempo aveva perso l’appoggio del parlamento catalano, optò nel 2015 per elezioni anticipate che furono vinte dalla coalizione elettorale che fece dell’indipendenza catalana il suo obiettivo: Junts pel Sí (Uniti per il sì, alleanza formata dal partito di Puigdemont ed Esquerra republicana). A fine 2017 si tratta di verificare lo stato di salute di chi vuole tagliare i ponti con la Spagna, al cui obiettivo ha contributo la destra di Rajoy ridimensionando negli ultimi anni i margini di autonomia conquistati dalla Catalogna fino a farne la polveriera odierna.

FONTE: Aldo Garzia, IL MANIFESTO



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