Cop23. Parigi chiude un solo reattore nucleare, mentre Berlino punta sul verde

Cop23. Nel primo summit senza gli Usa, il test di tenuta dell’asse franco-tedesco

Sebastiano Canetta • 10/11/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 782 Viste

Il quinto giorno, la Cop23 di Bonn entra nel cuore delle azioni sul clima. All’ordine dei lavori di oggi e domani gli «Action-Day su agricoltura sostenibile e salute degli oceani. Attesi nell’ex capitale tedesca gli esperti della Fao insieme a ministri, Ong, e 50 religiosi che smonteranno dalla bicicletta e chiederanno di «camminare sulla terra con rispetto e gentilezza».

Tuttavia, si annuncia ben poco foklore. Bonn sarà il banco di prova dell’accordo di Parigi nel primo summit senza gli Usa, ma anche soprattutto il test di tenuta dell’asse franco-tedesco, motore dell’Europa (anche) sul fronte di energia e ambiente: cigola sempre più dopo il clamoroso dietro-front del governo Macron sull’uscita dal nucleare, che invece la Germania conferma.

Diversità di prospettiva, proprio come le manifestazioni parallele alla Cop che chiedono più action contro il riscaldamento globale. Mentre in parallelo si staglia l’inquietante accordo sulle emissioni chiuso dall’Ue nella vicina Bruxelles. Stabilisce che «i più grandi emittenti di Co2 saranno pagati per inquinare invece di pagare per aver inquinato» come ben riassume il Wwf.

In ogni caso, il programma della Cop23 avanza nei punti stabiliti. Stamattina si accende la Climate Action for Food Security: intorno al tavolo, Fao e i partner di Marrakesh per capire come gestire scarsità d’acqua, sprechi alimentari e allevamenti di bestiame ad alto impatto ambientale.

Al World conference center di Bonn rifletteranno ancora i piani tedeschi e francesi, con il ministro dell’agricoltura Christian Schmidt (Csu) e l’astronauta Thomas Pesquet dell’Esa.

Ma Berlino rimane distante da Parigi. Da una parte l’accelerazione sull’uscita dal nucleare (come dal carbone che alimenta il 40% dell’elettricità nazionale) confermata nelle trattative fra Merkel e i Verdi, che chiedono ai privati di pagare lo smantellamento. Dall’altra il ministro «ambientalista» Nicolas Hulot, che a luglio annunciava la dismissione di 17 reattori entro il 2025 e ora assicura la chiusura della sola centrale di Fessenheim.

Del resto, il governo Macron sembra volersi limitare all’accordo provvisorio sul nuovo mercato delle emissioni (Ets) che dovrà essere ratificato dal Consiglio Ue. Il testo prevede l’assorbimento del surplus di crediti, concessione di bonus gratuiti per ridurre la delocalizzazione delle imprese e un meccanismo di compensazione finanziaria per gli Stati. L’obiettivo è ridurre entro il 2030 le emissioni di gas-serra delle industrie europee, ma «solo» del 43% rispetto al 2005.

«Il risultato avrà scarso impatto sulla riduzione nei prossimi anni. Bisogna concentrarsi sull’annullamento del gigantesco surplus di permessi» fanno notare gli esperti del Climate Action Network. Contunde, come la denuncia dell’organizzazione Germanwatch: 524 mila morti per eventi climatici negli ultimi 20 anni; i danni materiali ammontano a 3 «trilioni» di dollari.

In parallelo a Bonn si annuncia la manifestazione del cartello di realtà fuori dalla conferenza ufficiale: sabato alle 16 scenderanno in Münsterplatz i movimenti anti-fracking maghrebini e peruviani, gli attivisti contro la Bayer, il partito animalista e i giovani del sindacato Ver.di.

Mentre al centro-congressi i 195 Paesi rappresentati proveranno a pre-fissare le regole dell’accordo di Parigi prima della Cop 24 in Polonia: dalla misura delle emissioni di Co2, ai passaggi per ridurle dopo il 2020, fino al finanziamento del passaggio dal fossile alla green economy.

Se funzionerà si vedrà dal 5 al 16 novembre 2018 a Katowice; per ora a Bonn cammina spedita solo la sostenibilità sperimentata sul campo da lunedì. Flotta di bici e bus elettrici, imposizione della bottiglia con acqua di rubinetto ai partecipanti e «impronta ecologica» dei voli di trasferimento dei 27 mila delegati rimborsata dal governo federale sotto forma di progetti per l’energia rinnovabile.

Tutto in attesa di capire se l’accordo finale della Cop23 atteso per il 17 novembre recepirà le istanze del presidente fijiano Frank Bainimarama, impegnato a non far affondare le isole, l’apertura ai «rifugiati climatici» sull’onda della Nuova Zelanda, o più banalmente il rapporto di martedì della Commissione Ue che segnala come nel 2016 le emissioni siano scese solo dello 0,7%.

FONTE: Sebastiano Canetta, IL MANIFESTO

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