Sentenza a Londra: «Gli autisti di Uber hanno diritto a ferie e salario minimo»

Sentenza a Londra: «Gli autisti di Uber hanno diritto a ferie e salario minimo»

La metropoli britannica è diventata il palcoscenico mondiale di una guerra basata sul diritto del lavoro, concorrenza, tecnologia

Uber ha perso il ricorso contro la decisione di primo grado del tribunale del lavoro di Londra che ha disposto l’assunzione come dipendenti di 50 mila autisti – 40 mila solo nella capitale britannica. Queste persone non sono appaltatori indipendenti di un servizio di trasporto privato, ma “workers”: lavoratori licenziabili ma titolari di un diritto al salario minimo, all’assicurazione e alle ferie. Uber ha annunciato il ricorso alla Corte suprema inglese.

Ieri una sentenza di 53 pagine ha rimesso in discussione la politica della errata classificazione del lavoro, insieme al taylorismo 2.0 da considerare il fondamento della “gig economy” – l’economia digitale dei lavoretti” – la stessa per cui lavorano i ciclo-fattorini che a mezzanotte vi portano a casa una cena giapponese. La sentenza definitiva potrebbe costringere a ripensare un modello economico dove le aziende utilizzano le “App” e Internet per abbinare i clienti con i lavoratori. Queste imprese non assumono i lavoratori ma prelevano una commissione dal loro guadagno a “cottimo”.

Oggi Uber si trova davanti a un bivio. La Corte suprema sarà chiamata a pronunciarsi sul problema dei problemi: questa azienda dev’essere regolamentata come un servizio di taxi oppure come una piattaforma digitale che collega semplicemente i conducenti indipendenti ai passeggeri? Nel primo caso, sarà costretto ad adottare norme più rigorose in materia di sicurezza e occupazione. L’idea che Uber sia un mosaico composto da 50 mila “piccole imprese”, collegate da una piattaforma digitale, “è ridicola”, hanno scritto i giudici del lavoro nella sentenza di primo grado. “Gli autisti non negoziano e non possono negoziare con i passeggeri… Devono accettare viaggi seguendo rigorosamente secondo le condizioni di Uber”.

Londra è la testa di ponte per partire alla conquista dell’Europa. Perderla significa creare un vuoto non da poco nei conti drogati dai capitali di ventura che finanziano il capitalismo di piattaforma. Per questa ragione la multinazionale americana dal valore di 70 miliardi di dollari ha deciso di presentare un altro ricorso.

Ma nella metropoli inglese le cose non sono comunque messe bene. A settembre, l’autorità dei trasporti ha deciso di ritirare la licenza che permette a Uber di operare in concorrenza con i caratteristici “black cab”, i taxi neri della capitale. La città simbolo del liberismo e della finanza ha dichiarato guerra a uno dei campioni della Silicon Valley in nome della “concorrenza”, oltre che del diritto del lavoro. E Uber, al momento, sta perdendo questa guerra.

“Quasi tutti i tassisti e gli autisti di taxi e noleggi privati sono lavoratori autonomi da decenni, molto tempo prima che esistesse la nostra App – ha risposto Tom Elvidge, direttore generale facente funzione di Uber in Gran Bretagna – Nel corso dell’ultimo anno abbiamo apportato una serie di modifiche alla nostra App per dare agli automobilisti un controllo maggiore. Abbiamo anche investito in cose come l’accesso alla copertura contro malattie e infortuni”.

Il segretario generale del sindacato IWGB, Jason Moyer-Lee, ha dichiarato che le aziende tecnologiche che si affidano allo status di lavoro autonomo “si fanno beffe dei presunti diritti del lavoro. Il governo deve applicare correttamente la legge e deve farlo adesso”.

“Possono nascondersi dietro la tecnologia, ma le leggi esistono e devono essere rispettate” ha detto Yaseen Aslam, uno degli autisti che insieme a James Farrar ha condotto l’azione legale contro Uber a nome di 19 colleghi. – L’impatto di questa sentenza potrebbe interessare migliaia di automobilisti, e non solo i conducenti, ma milioni di lavoratori in tutto il Regno Unito”.

In Gran Bretagna 460 mila persone potrebbero essere state erroneamente classificate come lavoratori autonomi. Lo ha rivelato una ricerca di “Citizens Advice” nel 2016. Questa politica ha costi molto pesanti per i conti pubblici: fino a 314 milioni di sterline all’anno in tasse perse e contributi sociali a carico del datore di lavoro. Quattro società di corrieri, la società di recapito Hermes, sono alle prese con azioni legali sostenuta dai ciclisti che vogliono un riconoscimento simile a quello dei dipendenti e i diritti che ne derivano.

 



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