Climate change. Fumoserie di Merkel e Macron per rianimare la Cop23 di Bonn

Climate change. Ieri e oggi summit con 150 ministri e 25 capi di Stato o di governo, ma scarsi impegni

Anna Maria Merlo • 16/11/2017 • Copertina • 95 Viste

Ormai è sempre più difficile «guardare altrove» e ignorare l’allarme sul cambiamento climatico e gli effetti sulla vita in terra. Ma per il momento i cordoni della borsa restano ben stretti. È la conclusione temporanea della Cop23, che si tiene a Bonn fino a venerdì, sotto presidenza delle isole Fiji, e che dovrebbe adottare un «regolamento» per l’applicazione degli Accordi di Parigi.

In due giorni, tra ieri e oggi, 150 ministri e 25 capi di Stato o di governo sono intervenuti. Ieri il mondo industrializzato ha schierato Angela Merkel e Emmanuel Macron, mentre gli Usa erano presenti in modo schizofrenico: una delegazione ufficiale, che ha promosso l’intervento di rappresentanti dell’industria del carbone, del gas e del nucleare, e una delegazione «ombra», guidata dall’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg e dal governatore della California, Jerry Brown, che si impegna a rispettare gli Accordi di Parigi da cui Trump vuole uscire (ma non può farlo fino al 2020).

«Sfida centrale» per «il destino dell’umanità» in gioco, secondo Merkel, che però mette le mani avanti sull’eccessiva dipendenza dal carbone dell’economia tedesca: la chiusura delle centrali è «un problema sociale» che va affrontato «con calma». Per Macron, «la soglia dell’irreversibile è stata superata» e ha citato la messa in guardia dei 15mila scienziati diffusa lunedì.

«Gli avvertimenti si moltiplicano», ha sottolineato il presidente francese, ricordando che l’impegno preso a Parigi nel 2015 era di limitare il climate changea un aumento della temperatura di 1,5° gradi nel 2100 rispetto ai valori pre-industriali, mentre oggi la terra viaggia su una crescita non sotto i 3°. «Se continuiamo così è come se accettassimo tacitamente e collettivamente la sparizione di popolazioni rappresentate qui», tra innalzamento dei livelli dei mari, siccità, carestie, conflitti, epidemie, rifugiati.

La Francia usa la forte dipendenza dal nucleare per l’elettricità per presentare un bilancio di emissioni Co2 non troppo disastroso (ma pur sempre in crescita dell’ 1,6%), ma evita di affrontare la questione dell’uscita da questo tipo di energia che produce scorie pericolose e inquinanti: la riduzione al 50% di nucleare, dal 75% attuale, entro il 2025 è rimandata al 2030-35.

Macron ha fatto un breve cenno al nerbo della contesa: i soldi. Ha proposto che la Ue si sostituisca agli Usa dimissionari per finanziare il Giec, il gruppo di esperti del clima dell’Onu: ma si tratta di 6 milioni di euro (finora finanziati al 44% dagli Usa).

Una goccia nel mare dei bisogni: c’è la promessa di 100 miliardi di dollari per l’Azione clima, fatta a Copenhagen nel 2009 (mai rispettata) e la valutazione dei bisogni a 600 miliardi, che i paesi in via di sviluppo reclamano dal mondo industrializzato. Il Fondo verde ha solo 2,6 miliardi già impegnati.

La Cina si presenta come modello, ma è la principale responsabile dell’aumento delle emissioni a effetto serra. Sui finanziamenti, si parlerà al One Planet Summit di Parigi, il 12 dicembre.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

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