Lo storico Salvatore Lupo: «Riina era ormai fuori da tutti i giochi»

Secondo lo storico Lupo il boss, in carcere da 24 anni e detenuto al 41 bis, era un uomo del passato e non porta via con sé nessun grande segreto

Alfredo Marsala • 18/11/2017 • Carcere & Giustizia • 170 Viste

Lo storico. Vederlo come il «capo dei capi» è un po’ come farne l’apologia. «L’epoca dei corleonesi è finita: oggi non c’è più bisogno di elevati tassi di violenza e di una figura centrale»

Professore di storia contemporanea, Salvatore Lupo è tra gli studiosi più importanti del fenomeno mafioso, autore di numerose pubblicazioni tra cui «Quando la mafia trovò l’America».

Totò Riina è morto, la sua scomparsa ha più un valore simbolico o determinerà conseguenze concrete sugli assetti di Cosa nostra?

Non influisce per nulla sulla situazione attuale. Perché Riina era in carcere da 24 anni, detenuto al 41 bis. Era un uomo del passato.

Non era il capo dei capi?

È una visione apologetica, il boss come dio in terra. Il re Sole, morto il re viva il re. Nessun grande capo governa dal carcere, tantomeno dal regime del 41 bis. Persino Tommaso Buscetta lo disse.

Eppure secondo alcuni magistrati e investigatori il padrino era ancora lui.

Mi sembra un’analisi fantasiosa, nulla di quello che Riina ha fatto quando era libero si fa oggi. L’era dei «corleonesi» è ormai storia. Lo stesso Riina in una intercettazione in prigione rivendicava i bei tempi, quando «scannava» (ammazzava, ndr) la gente e si lamentava che oggi non è più così. C’è una certa tendenza a usare gli occhiali di ieri e persino dell’altro ieri, un interesse a dire che non cambia mai niente. È uno schema mentale di persone che si sono formate in quella stagione e continua con questa analisi qualsiasi cosa accada. Mi spiace che anche Piero Grasso usi questo stile.

Chi considerava Riina ancora il capo parla di successore e del pericolo di uno scontro di potere tra le famiglie mafiose.

Non escludo conflitti, ma non per la successione di Riina piuttosto per il predominio sugli affari più che sui territori. Ricordo che qualche anno fa gli investigatori grazie alle intercettazioni evitarono una guerra di mafia tra clan che facevano capo a Nino Rotolo e ai Lo Piccolo. E Riina era già in carcere da un bel po’.

Anche lei ritiene come Piero Grasso e Antonio Ingroia che Riina si sia portato nella tomba tanti segreti con uomini potenti che tirano un sospiro di sollievo?

Non credo si porti dietro chissà quali grandi segreti.

Visione apologetica anche questa, insomma.

Ricordo che attorno al nome di Riina sono stati tirati in ballo uomini potenti. Penso a uno dei politici più importanti del Paese come Giulio Andreotti che è stato processato per mafia. Penso a un grande uomo d’affari come Michele Sindona. Persino Silvio Berlusconi è stato chiamato in causa da ex boss mafiosi. Non credo che Riina si sia portato nella tomba personaggi più grossi di questi.

Il riferimento spesso è a personaggi dei servizi segreti deviati.

Il signor Franco? E chi era? Se è mai esistito forse è stato un maresciallo qualsiasi. Avrà avuto i suoi consulenti, i suoi avvocati, i suoi finanzieri. Ma è inverosimile pensare che abbia guidato un impero planetario, questa è una semplificazione.

E i misteri legati alle stragi Falcone e Borsellino?

E perché non a quelli per i delitti Dalla Chiesa, Pio La Torre, Piersanti Mattarella? A parlare di segreti mai sciolti per le stragi del ’92 sono sempre gli stessi addetti ai lavori che hanno una determinata visione. Ma non è credibile.

Per lei non esistono misteri?

Ci sono, certo. Ma non è questa litania che porterà a svelarli.

Litania?

Penso a Ingroia quando fece riesumare la salma del bandito Giuliano per dimostrare che non era lui: invece era lui. O a chi parla di un misterioso documento segreto sulla strage di Portella della Ginestra, quando della strage conosciamo gli esecutori e i mandanti.

Che valore dà allora alla morte di Riina?

Se ne va una funzione biologica, la sua funzione storica era finita da tempo. È stato un personaggio che ha guidato un potere criminale senza precedenti.

Professore, la mafia esiste?

Certo, non scherziamo. Ma ha caratteristiche molto diverse, il mondo è cambiato. Parlare di una mafia immobile è sbagliato, la mafia oggi è diversa rispetto a quella dei tempi di Riina così come diversa fu quella dei «corleonesi» rispetto alla mafia che l’aveva preceduta. Non vivremo nel regno del bene, probabilmente ci saranno nuove mafie.

E oggi non è più quella della Cupola e delle coppole?

Faccio una constatazione empirica: la cosiddetta mafia sommersa è evidente che non ha bisogno del livello della centralizzazione e non ha neppure gli strumenti per raggiungere quel livello che fu contrassegnato da un elevato tasso di violenza e di terrore ai tempi di Riina. Questo non impedisce ovviamente a gruppi mafiosi di agire autonomamente né di fare affari.

E il livello culturale?

C’era complicità prima dell’avvento dei corleonesi. Se Riina ha scelto la strada del terrorismo è perché non trovava campo facile e l’opposizione alla mafia era forte. L’opinione pubblica era più sveglia e attenta negli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta.

E oggi?

È diverso. Ci sono problemi di democrazia e di sviluppo economico, non riconducibili solo alla mafia. Si parla di mafia in maniera generica nel linguaggio politico e non sarò certo io ad avallare questo senso generico del termine.

FONTE: Alfredo Marsala, IL MANIFESTO

 

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