«Ni una menos», un grido collettivo partito dall’Argentina

Tutto è cominciato, al solito, da una piccola cosa: l’iniziativa, da parte di un gruppo di giornaliste, scrittrici, attiviste e artiste argentine, di una maratona di lettura, il 26 marzo del

Claudia Fanti • 25/11/2017 • Diritti umani & Discriminazioni • 482 Viste

Tutto è cominciato, al solito, da una piccola cosa: l’iniziativa, da parte di un gruppo di giornaliste, scrittrici, attiviste e artiste argentine, di una maratona di lettura, il 26 marzo del 2015, per protestare contro l’inarrestabile strage di donne, trasformando il verso della poetessa messicana (vittima di femminicidio) Susana Chávez – Ni una mujer menos, ni una muerta más – in un grido collettivo di straordinaria potenza, Ni una Menos, che si sarebbe in breve diffuso in tutto il pianeta.

È con questo grido, come è noto, che un gran numero di persone, il 3 giugno di quell’anno, scese in strada a Buenos Aires e in altre 120 città del Paese, in reazione all’ennesimo caso di femminicidio, quello di una adolescente di 14 anni, Chiara Páez, uccisa e sepolta dal fidanzato perché incinta. Ma non era che l’inizio: il movimento sarebbe tornato in strada anche l’anno successivo, il 3 giugno 2016 (e poi, ancora, il 3 giugno 2017), nel mezzo delle brutali misure di aggiustamento adottate dal governo di Mauricio Macri, di cui sono le donne a sopportare il peso maggiore, se non altro per il fatto di guadagnare, a parità di incarico lavorativo, il 27% in meno dei loro compagni. Aggiungendo un’altra parola d’ordine, Vivas nos queremos, a indicare la vera rivendicazione del movimento: non soltanto non essere uccise, ma vivere, e vivere degnamente. È così che le donne argentine, dietro lo slogan Si mi vida no vale, produzcan sin mi, decidono di promuovere, per il 19 ottobre dello stesso anno, uno sciopero di un’ora contro il femminicidio, inteso come «il punto più alto di una trama di violenze che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio per le diverse forme di autonomia femminile» da parte di chi «pensa che i nostri corpi siano cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare». Ma intanto il grido Ni una menosaveva oltrepassato le frontiere del Paese per dilagare in Messico, in Perù, in Cile, in Uruguay e in tutto il pianeta, traducendosi, l’8 marzo scorso, in uno sciopero internazionale contro la violenza di genere in tutte le sue forme: fisica, verbale, psicologica, economica, sessuale, istituzionale, simbolica, lavorativa. E risuonerà oggi per le strade del mondo e dell’America Latina, dove il Frente Feminista de Alba Movimientos, dietro lo slogan Ni la tierra ni nuestros cuerpos son territorio de conquista, ha invitato a riempire ogni piazza della Matria Grande latinoamericana, denunciando il modello estrattivista ed esigendo, tra l’altro, «educazione sessuale per poter decidere, anticoncezionali per non abortire e aborto legale, sicuro e gratuito per non morire». E, rendendo omaggio, anche, alle sorelle Mirabal, tre donne rivoluzionarie, note come las Mariposas, le Farfalle, barbaramente uccise sotto la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo nella Repubblica Dominicana, il 25 novembre del 1960. La data appunto, che, scelta come Giornata internazionale contro la violenza sulle donne da un gruppo di attiviste riunite a Bogotà, nel 1981, durante l’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, è stata poi ufficializzata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Ma se, a due anni dall’esplosione di quel grido collettivo, la questione della violenza di genere si è imposta anche in America Latina nel dibattito pubblico, bastano pochi dati per comprendere quanto lavoro resti ancora da fare (non a caso è proprio nel subcontinente latinoamericano che, secondo un recente rapporto dell’Onu, si registra il più alto indice di violenza contro le donne nel mondo).

In Argentina il 2017 ha registrato un aumento dell’8% dei casi di femminicidio, con un ritmo di una donna uccisa ogni 29 ore. Un ritmo che, in base ai dati dell’Annuario brasiliano di sicurezza pubblica relativi al 2016, sale addirittura a due ore in Brasile, dove peraltro viene stuprata una donna ogni 11 minuti.
In Colombia, nella sola regione del Caquetá, dove «ha più terra una mucca che una donna», sono stati 20, negli ultimi mesi, i casi di femminicidio. E nello «Stato femminicida» del Chiapas, il cui governatore, Velasco Coello, si riferisce alle donne come mis mujeres, tra il 18 novembre del 2016 e il 13 novembre del 2017, le organizzazioni hanno registrato 46 femminicidi accertati e altre 119 morti violente che potrebbero configurarsi come tali.

Ancora, secondo la Cepal (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi), solo nel primo mese del 2018 saranno 300 le donne e le bambine uccise in tutto il subcontinente latinoamericano (e potrebbero essere di più, considerando che nella maggior parte dei casi non è possibile disporre di dati affidabili sul femminicidio).

Cresce anche il numero di omicidi e violenze contro donne impegnate nella difesa dei diritti umani e della terra da parte di imprese, milizie e latifondisti. Sono i cosiddetti femminicidi territoriali, con cui il potere punta a sbarazzarsi delle donne che si prendono cura dei territori e dei beni comuni. Donne doppiamente pericolose, «eredi – come scrive l’educatrice popolare argentina Claudia Korol – di quelle streghe che bruciarono vive e di quelle che sopravvissero per raccontarlo», perché rappresentano una minaccia per il modello capitalista e perché disattendono i ruoli di genere loro assegnati: «Un movimento di migliaia di streghe che volano per i cieli in gruppo, invitando a disobbedire gli ordini e a rompere il silenzio patriarcale».

FONTE: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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