Sos Méditerranée: «Soccorsi dei migranti fermati dall’Italia»

Si salvi chi può. L’Ong: «Costretti ad aspettare l’arrivo delle navi libiche senza poter fare niente». In 420 sbarcano a Catania, 98 sono bambini

Adriana Pollice • 28/11/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 454 Viste

La nave Aquarius della Ong Sos Méditerranée, che ha a bordo gli operatori di Medici senza frontiere, è arrivata ieri mattina a Catania con 420 migranti, salvati sabato da un barcone sul punto di affondare. Un bambino eritreo di 3 anni è stato portato via in elicottero prima dell’attracco perché soffriva di crisi epilettiche e respiratorie. Uomini, donne e i 98 minori, erano tutti sofferenti per le condizioni in cui sono stati tenuti per mesi.

I volontari dell’Aquarius, all’arrivo in porto, hanno messo sotto accusa l’Italia e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma per come sono state gestite le operazioni in mare. Venerdì all’alba l’Aquarius ha individuato un primo gommone in pericolo in acque internazionali, a 25 miglia dalla costa, a est di Tripoli, e poi un secondo gommone ma ha ricevuto l’ordine da Roma di restare in stand-by, il coordinamento delle operazioni era stato assunto dalla marina libica. «La nostra proposta di assistenza è stata declinata dalla Guardia costiera libica – ha spiegato Nicola Stalla, coordinatore dei soccorsi di Sos Méditerranée -. Durante le quattro ore di stand-by le condizioni meteo sono peggiorate, il gommone poteva rompersi e affondare da un momento all’altro». Sophie Beau, vicepresidente dell’Ong, spiega: «I nostri team sono stati costretti a osservare impotenti operazioni che conducono a rimandare indietro persone che fuggono da campi che i sopravvissuti descrivono come un inferno. Non possiamo accettare di vedere esseri umani morire in mare né di vederli ripartire verso la Libia quando la loro imbarcazione è intercettata dalla Guardia costiera libica».

Si schiera contro il Centro di coordinamento di Roma anche Msf: «All’Aquarius è stato impedito il soccorso di gommoni che stavano per fare naufragio – ha spiegato Luca Salerno -. Eravamo in acque internazionali, invece di essere autorizzati a intervenire ci hanno messo in stand-by per ore in attesa dell’arrivo di motovedette e navi libiche. Adesso i migranti possano tornare in mano ai trafficanti, a correre nuovamente rischi in mare oltre a torture e altro».

Gli accordi voluti dal ministro Marco Minniti con Tripoli stanno rendendo più pericolose le operazioni di Ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Il sei novembre la Ong Sea Watch ha accusato la Guardia costriera libica di aver causato la morte di almeno 50 migranti durante le operazioni di salvataggio. Il primo novembre la stessa Guardia costiera libica ha esploso alcuni colpi di avvertimento in direzione della fregata tedesca Mecklemburg-Vorpommern, a 50 miglia dalla costa africana, per poi scusarsi ufficialmente.

I migranti che riescono ad arrivare in Italia raccontano le loro storie. I 420 sbarcati ieri hanno descritto abusi sessuali e violenze, sigarette spente sulla pelle mentre dall’altra parte del telefonino ci sono i parenti per convincerli a pagare per la loro liberazione. «Quasi i due terzi sbarcati ieri – spiega Luca Salerno – hanno la scabbia, segno della mancanza di igiene e d’acqua a cui sono stati costretti durante la detenzione nelle prigioni in Libia. Il 40% sono donne: una ha il bacino fratturato e altre due hanno partorito nelle prigioni, i bambini hanno 3, 5 giorni».

L’Aquarius nell’ultima settimana ha soccorso 808 migranti: 387 tra mercoledì e giovedì scorsi; 421 sabato. La maggioranza, riferisce la Ong, «mostra le cicatrici delle violenze subite, segni di malnutrizione, disidratazione e stanchezza estrema». I naufraghi intercettati sabato erano parte di uno gruppo detenuto a Sabratha, poi trasferito a Bani Walid, uno dei centri del traffico di esseri umani. «Eravamo nella stessa prigione a Sabratha – ha raccontato un eritreo -. Un mese fa, a causa della guerra, siamo stati separati in gruppi di 20 persone, caricati su dei furgoni e trasferiti a Bani Walid e poi ammassati in un’altra prigione. Venivamo picchiati con cavi elettrici, eravamo proprietà dello stesso boss, altre 600 persone appartenevano a un altro boss». Venerdì il viaggio è ripreso: «Siamo stati trasferiti su una spiaggia, costretti ad aspettare in pieno sole, senza acqua né cibo. Il barcone ha lasciato la Libia sabato all’alba. Alcuni hanno pagato mille dollari, uno mi ha detto di averne pagati 6mila».

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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