Assunta Signorelli. Una vita insieme nella psichiatria basagliana

Con Assunta Signorelli, che se ne è andata ieri notte, abbiamo condiviso una parte lunga e importante delle nostre vite e del lavoro con Basaglia

Maria Grazia Giannichedda • 3/11/2017 • Addii & Anniversari, Libertà & Nuovi diritti, Salute & Politiche sanitarie • 1781 Viste

Assunta Signorelli. Il lavoro con Basaglia, gli anni dopo la sua morte quando non c’erano i servizi di salute mentale con cui affrontare la chiusura dei manicomi. Le sue, le nostre battaglie

Con Assunta Signorelli, che se ne è andata ieri notte dopo una malattia veloce e senza scampo, abbiamo condiviso una parte lunga e importante delle nostre vite.

Siamo arrivate entrambe a Trieste giovanissime, quando Franco Basaglia iniziava a dirigere l’ospedale psichiatrico, Assunta si era specializzata in psichiatria a Parma, dove era andata proprio per lavorare con Basaglia, mentre io mi ero appena laureata in legge ed ero convinta che la strada per prendere sul serio la democrazia passasse anche da lì, dall’impresa di distruggere l’ospedale psichiatrico. Quando alla fine dell’estate sono stata alcuni giorni da Assunta abbiamo riso molto su quanto eravamo avventurose e malvestite in quegli anni, e anche generose, determinate, resistenti, perché non era facile mettersi e stare in gioco in quegli avvenimenti che esaltavano e sconquassavano, e che spaventarono non pochi.

Abbiamo anche messo insieme i ricordi di un periodo dimenticato nel racconto sulla riforma psichiatrica, gli anni in cui Basaglia non c’era più e non c’erano neppure servizi di salute mentale in gran parte del paese, mentre continuavano le “dimissioni selvagge” e cominciava la rivolta delle famiglie, anzi delle madri, mogli, sorelle di persone con disturbi mentali che si ritrovavano a essere il manicomio che la legge aveva voluto chiudere, come mi disse una di loro.

Noi mettemmo in piedi allora una delle iniziative più pazze di quegli anni: un manipolo di volontarie – due psicologhe, un’assistente sociale, la leader della sola associazione di familiari che chiedeva non l’abolizione della riforma ma la sua applicazione, e poi Assunta, che all’epoca lavorava a Roma ed io, che collaboravo con la Sinistra Indipendente di cui Franca Ongaro Basaglia era senatrice – gestimmo per quasi due anni un centralino con diverse linee che, ogni pomeriggio dal lunedì al sabato, rispondeva a chiamate che arrivavano da tutta Italia poiché il numero era pubblicizzato dal Maurizio Costanzo show che seguiva l’iniziativa sostenendoci nelle denunce, nella ricerca di soluzioni, nella messa in rete delle persone.

Organizzammo anche viaggi dove le cose funzionavano, soprattutto a Trieste, per far vedere cosa significasse un sistema di servizi al posto del manicomio. Nacque così il “Coordinamento salute mentale. Associazioni di familiari, utenti, cittadini” che poi si trasformò nella Unasam, Unione nazionale salute mentale, attiva tutt’ora.

Mi è capitato di litigare diverse volte con Assunta negli oltre quaranta anni in cui abbiamo fatto e pensato cose insieme, ma anche quando non eravamo d’accordo sulle visioni lo eravamo poi sulle pratiche, su ciò che si deve fare, su come si deve farlo.

Così è stato nel programma nazionale sui migranti, così sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e sulla violenza contro le donne, per dire del presente su cui Assunta è stata impegnata finché ha potuto.

Quando ha scoperto di avere un futuro assai breve è stata forte, coraggiosa; certo non era contenta di andarsene perché era curiosa di vedere i suoi figli da adulti e le sue tre nipotine crescere, ed era curiosa anche di questo mondo in cui abbiamo fatto una vita bella – ci siamo dette – cercando di migliorarlo.

FONTE: Maria Grazia Giannichedda, IL MANIFESTO

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