Sciopero e presidio a Corsico: «Ikea, ritira il licenziamento: i lavoratori non sono mobili»

È scontro tra azienda e Cgil sull’organizzazione dei turni: per la Filcams gli orari vanno concordati con il sindacato, gli svedesi replicano che l’integrativo non prevede concertazione

Antonio Sciotto • 6/12/2017 • Lavoro, economia & finanza • 104 Viste

«Diciassette anni ho dato la vita per questa azienda, ho avuto dei problemi ma non ho chiesto privilegi particolari, solo che mi si venisse incontro». Marica Ricutti prende la parola tra le lacrime al presidio della Filcams Cgil davanti all’Ikea di Corsico. La multinazionale l’ha licenziata perché non riusciva a rispettare l’orario di apertura – alle sette del mattino – dovendo accudire i due figli piccoli, di cui uno disabile. «Abbiamo tutti una vita personale che al di là del lavoro va comunque tenuta in considerazione», conclude Marica.

#PESSIMAIKEA, l’hashtag che da giorni rimbalza sui social. Circa duecento i lavoratori alla manifestazione: alta, al 70% secondo il sindacato, la partecipazione allo sciopero indetto in solidarietà con la mamma di cui tutti parlano, diventata il simbolo del conflitto tra la multinazionale svedese e i suoi dipendenti. L’azienda diffonde però numeri differenti: «Hanno aderito 87 lavoratori su 1.407», recita il bollettino. Ma la guerra è anche sui turni.

I lavoratori al presidio e la Filcams Cgil – in particolare Marco Beretta, segretario di Milano – hanno spiegato che «non si tiene conto delle esigenze personali dei dipendenti perché a decidere i turni è un algoritmo». «Il non essere venuti incontro alle esigenze di Marica, che chiedeva solo orari più conciliabili con la sua difficile situazione a casa – prosegue Beretta – dimostra che Ikea ritiene i lavoratori come mobili da montare e rimontare a piacimento. Altro che socialdemocrazia, inclusività e welfare svedese, questo licenziamento è un atto arrogante e incivile: chiediamo di revocarlo».

IKEA, CHE GIÀ nei giorni scorsi aveva giustificato la sua decisione spiegando che «si era interrotto il rapporto di fiducia» con la dipendente, ieri ha rincarato accusandola di aver compiuto «gravi atti di insubordinazione» e di essersi assentata più volte senza preavviso negli ultimi mesi. Inoltre, secondo l’azienda l’ultima parola sui turni non ce l’ha l’algoritmo ma una «discussione» tra i responsabili e i dipendenti (che Ikea stessa definisce «collaboratori» o «co-workers»).

«È meglio smitizzare questa storia dell’algoritmo che decide tutto – dice una nota della multinazionale – È impensabile che nel 2017 si possano ancora fare i turni di 6.500 persone a mano. Il software organizza i turni di semestre in semestre, tenendo conto di molti parametri fra cui lo storico delle vendite e delle richieste dei clienti, le richieste di ferie, permessi, ecc. Insomma, tiene conto di una serie molto alta di variabili. Il software elabora quindi una prima ipotesi di turnistica che viene poi discussa tra i collaboratori e i loro responsabili. Va detto inoltre che la prassi di cambi turno fra colleghi, concordati con i loro responsabili, è normale in Ikea. Nel solo negozio di Corsico, ad esempio, su circa 450 dipendenti si registrano circa 1.800 cambi turno al mese».

ALLA NOTA DI IKEA replica di nuovo Beretta della Filcams, contestando che si dovrebbe passare per il sindacato: «Dietro l’algoritmo – dice – c’è la volontà dell’azienda che non vuole discutere con noi degli orari. Ci si dimentica che non è vero che il sistema della turnazione viene deciso tra responsabile e collaboratore: la rappresentanza collettiva è in capo all’organizzazione sindacale».

E non finisce qui: Ikea controreplica che «sui turni dei singoli non è previsto obbligo di concertazione con il sindacato. L’integrativo aziendale prevede solo un obbligo di informazione preventiva sull’organizzazione generale dei turni. In mancanza di un’intesa l’azienda è comunque libera di organizzare i turni come crede».

ALLERGIA AL SINDACATO che Ikea – aderente a Federdistribuzione – mostrerebbe anche nel rinnovo del contratto nazionale: la Filcams Cgil ricorda che è scaduto da ormai 4 anni.

FONTE: Antonio Sciotto, IL MANIFESTO

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