Ecco la «lista nera» dei 17 paradisi fiscali. Un catalogo monco

Unione europea. 17 paesi nella lista “nera”, 47 in quella “grigia”, 8 in quella “uragano”. Ma mancano i grandi nomi, la Ue mette all’indice dei piccoli paesi terzi, ma evita di fare pulizia a casa propria. Attac: “una parodia”

Anna Maria Merlo • 6/12/2017 • Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 65 Viste

Il catalogo è questo: Bahrain, Barbados, Grenada, Guan, Corea del Sud, Macao, Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Santa Lucia, le due Samoa, Trinidad e Tobago, Tunisia, Emirati.

È la lista dei 17 paradisi fiscali individuati dalla Ue (dagli stati membri, riuniti nel «gruppo di condotta», non dalla Commissione).

È la prima volta. Un primo passo, dopo gli scandali LuxLeaks o Paradise papers.

Bruxelles ha stilato altre due liste: una «grigia», con 47 nomi (dal Marocco a Capo Verde), e una «uragano», cioè 8 paesi, tutte isole, che sono stati colpiti da fenomeni naturali, molto sospetti ma la cui situazione verrà riesaminata nel prossimo febbraio (Anguilla, Antigua, Barbados, Bahamas, Dominique, isole Vergini Usa e Gran Bretagna, Turks e Caicos).

Nella lista nera non c’è traccia dei paesi di solito più citati come «paradisi» o mezzi paradisi, dalla Svizzera a Hong Kong, il Qatar è misteriosamente sparito nell’ultima revisione.

Tanto meno di paesi della Ue – Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Malta, Cipro – che hanno un fisco molto comprensivo per l’evasione o l’elusione fiscale.

Ma la Ue ha la risposta pronta: tutti i paesi Ue sono obbligati di adeguarsi alla legislazione comunitaria sulla lotta alla frode fiscale. Ma nella Ue le questioni fiscali sono sottoposte al voto all’unanimità (e non a maggioranza, anche qualificata), così c’è sempre l’arma del veto per bloccare ogni passo avanti.

Per Attac, la lista è una «parodia, uno «scandalo politico». L’ong Oxfam vede «una lista compilata sotto influenza», che solo qualche giorno fa doveva avere 29 paesi, mentre almeno 35 corrispondono ai criteri di giudizio adottati dai selezionatori Ue.

Il «gruppo codice di condotta» ha esaminato la situazione di 92 paesi per arrivare alla lista nera di 17. Ma la Russia, per esempio, non è stata esaminata. Per evitare di essere messi nelle liste, nera e grigia, bisogna rispettare tre criteri: accettare lo scambio automatico di dati messo a punto dall’Ocse, evitare di favorire le società offshore e impegnarsi ad accettare entro fine anno le direttive di lotta all’evasione stilate dall’Ocse.

L’Ocse, detto tra parentesi, aveva individuato solo uno stato nella sua lista nera: Trinidad e Tobago. Nella lista mancano i paesi che più traggono profitto dall’evasione fiscale, le Bahamas, le Caiman, Jersey e Guernesey (ben difese dalla Gran Bretagna).

Alla Svizzera e a Hong Kong la Ue suggerisce di mettere fine al più presto a pratiche fiscali dannose, ma non precisa quali. E gli Usa rifiutano l’impegno proposto dall’Ocse dello scambio automatico di dati.

«I ministri delle Finanze della Ue hanno finalmente adottato la prima lista europea dei paradisi fiscali – ha commentato il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici – è una tappa importante per me dopo due anni di battaglia». Ma Moscovici ammette che la lista ha soprattutto «il merito di esistere», è «insufficiente» e «la lotta deve continuare». Il commissario ha aggiunto: «prendiamo la lista per quello che è: una prima tappa e mettiamo assieme la pressione su stati membri e paesi terzi».

La lista nera non sarà seguita da sanzioni.

I paesi Ue si sono spaccati su questo fronte e non c’è stata maggioranza per concordare sanzioni comuni, applicabili da tutti i membri dell’Unione verso i paradisi: Francia, Germania e Italia erano favorevoli, ma ha vinto il blocco guidato da Gran Bretagna, Olanda, Irlanda, Finlandia, Svezia, Grecia, Malta, Lussemburgo, che ritengono che la sanzione «morale» di essere sulla lista nera è più che sufficiente.

Ora i paesi della lista hanno fino a 6 mesi per mettersi in regola.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

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