Istat. Italiani sempre più poveri: 18 milioni a rischio

Istat. Un cittadino su tre vive gravi privazioni materiali o è esposto al pericolo di esclusione sociale. Camusso (Cgil): «Invertire subito la rotta su occupazione e aumento dei salari»

Antonio Sciotto • 7/12/2017 • Povertà & Esclusione sociale, Studi, Rapporti & Statistiche • 105 Viste

In Italia aumentano le disuguaglianze e le persone povere o a rischio povertà: nel 2016, ha comunicato ieri l’Istat, erano 18.136.663, in crescita rispetto al 2015. Si tratta di un nostro concittadino su tre: il 30% circa, superiore al 28,7% registrato l’anno precedente. Scorporando, risultano in incremento sia gli italiani a rischio povertà (dal 19,9% al 20,6%), sia quelli che si trovano «in condizioni di grave deprivazione materiale»: ben il 12,1%, a fronte dell’11,5% del 2015. Un «successone» degli ultimi governi a guida Pd, insomma.

IN AUMENTO ANCHE le persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa: sono passate dall’11,7% al 12,8%. Specchio di fenomeni come la precarietà, il lavoro nero, il caporalato: l’impiego è saltuario, breve, spesso una chimera. Mancata del tutto la road map comunitaria, indicata da Strategia Europa 2020 – segnala l’Istat: l’Italia sfonda il target previsto di ben 5,255 milioni di individui a rischio povertà.

Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi individuali equivalenti – spiega Istat riferendosi all’anno 2015 – si nota che il 20% più povero della popolazione dispone soltanto del 6,3% delle risorse totali, mentre all’opposto il quinto più ricco possiede quasi il 40% del reddito totale; in altri termini, il reddito totale dei più benestanti è pari a 6,3 volte quello degli individui appartenenti al primo quinto.

L’ISTAT EVIDENZIA INOLTRE un marcato incremento dei redditi da lavoro autonomo per il quinto più elevato (+11,2%), dei più ricchi dunque. Il peso della componente del reddito da lavoro autonomo nel quinto più ricco cresce dal 21,4% del 2014 al 23,1% del 2015. La crescita del reddito medio nei due quinti centrali è invece trainata dalla dinamica dei redditi da lavoro dipendente, cresciuti in media rispettivamente del 7,7% e soltanto del 2,6% per il terzo e il quarto quinto della popolazione. Il reddito complessivo è salito dell’1,8%, ma come si vede con grandi differenze tra ricchi e più poveri.

Il reddito medio annuo per famiglia è pari a 29.988 euro, più o meno 2.500 euro al mese, ma è appunto solo una media. Metà dei nuclei familiari possono contare su un reddito netto che non supera i 24.522 euro (circa 2.016 euro al mese, con un +1,4% rispetto al 2014).

QUANTO ALL’INTENSITÀ del fenomeno sul territorio, nota l’Istat che «quasi la metà dei residenti nel Sud e nelle Isole (46,9%) sia a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 25,1% del Centro, 21% del Nord-ovest e il 17,1% del Nord-est». E ancora, «tra coloro che vivono in famiglie con almeno un cittadino non italiano il rischio di povertà o esclusione sociale è quasi il doppio (51%) rispetto a chi vive in famiglie di soli italiani (27,5%)».

Le opposizioni naturalmente vanno all’attacco: i Cinquestelle accusano i governi Renzi e Gentiloni, che «invece di occuparsi del problema hanno guardato altrove», e affermano che «la situazione sarebbe completamente diversa se la proposta del Movimento 5 Stelle sul reddito di cittadinanza fosse stata approvata».

GIULIO MARCON, della neonata formazione «Liberi e uguali», spiega che «i dati drammatici sono frutto delle politiche sbagliate dei governi Renzi e Gentiloni». Una «bomba sociale» che non si può evitare che esploda solo «a forza di bonus, una tantum e misure al limite del compassionevole».

«Fallimento di Renzi» anche la diagnosi del centrodestra, mentre la Cgil chiede una decisa inversione nelle politiche del lavoro e del contrasto alle povertà. La segretaria generale Susanna Camusso segnala soprattutto la difficile condizione dei giovani, schiacciati tra la disoccupazione e il precariato oggi, e la quasi certezza di basse pensioni domani.

«IL GOVERNO DICE che questa è una legge di Bilancio a fini sociali – afferma la leader Cgil – ma in realtà non lo è: perché non affronta il tema della creazione del lavoro, della certezza di occupazione per i giovani, delle regole che permettano di avere elementi di certezza sull’aumento del salario».

FONTE: Antonio Sciotto, IL MANIFESTO

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