UE. Raggiunto l’accordo sulla Brexit. May cede e passa alla fase due

Uk-Ue. L’intesa fissa i criteri per il conto del divorzio, evita la frontiera tra Irlanda e Ulster e trova il compromesso sui cittadini europei

Leonardo Clausi • 9/12/2017 • Europa • 368 Viste

LONDRA. Appena in tempo per evitarsi il più nefasto dei Natali – al quale aveva scarse chance di sopravvivere politicamente -, dopo tre giorni (e una notte) di frenetiche trattative telefoniche e un volo all’alba per Bruxelles, Theresa May ha raggiunto il sospirato accordo. Ieri, davanti a una sala stampa mezza deserta per l’orario antelucano, ha così annunciato il passaggio alla fase due del negoziato, quella che dovrebbe stabilire il nuovo assetto commerciale fra il Paese post-Brexit e il resto dell’Ue e che – per volontà di Juncker, Tusk e Barnier – non sarebbe stato possibile affrontare prima di aver deciso i punti cardine del divorzio.

COSÌ, A TEMPO QUASI SCADUTO, dopo settimane di stallo nelle quali aveva posticipato alla meglio la propria (inevitabile) capitolazione su quelle che aveva definito “linee rosse” (sull’importo del Brexit bill, sulla Corte di giustizia di Strasburgo e sullo status giuridico dei cittadini europei residenti in Uk), May ha ceduto ancora: stavolta sulla questione dei confini tra Irlanda del Nord e Irlanda, la stessa questione che aveva fatto naufragare tutto lunedì.

L’ha fatto persuadendo i suoi improbabili puntelli politici, il pugno di deputati del Dup di Arlene Foster, a congelare le proprie paure di vedersi oggetto di uno status separato dalla Gran Bretagna, garantendo, in buona sostanza, il business as usual. Se non si riuscisse a negoziare il nuovo accordo di libero scambio fra Uk e Ue, tutto resterà comunque com’è: il confine fisico fra Irlanda del Nord e Irlanda non sarà riaperto, non vi saranno controlli doganali e uomini e merci continueranno a circolare liberamente. Questo significherebbe – anche e in buona sostanza – la permanenza dell’intero Paese nell’unione doganale e nel mercato unico.

Si tratta di un’impossibile quadratura del cerchio, giacché lo stesso documento attesta ancora la dedizione del governo a una British exit che veda il Paese fuori da ambedue (la cosiddetta hard Brexit, che in questo caso renderebbe inevitabile il confine fisico fra Irlanda del Nord e Irlanda). Questa contraddizione fondamentale è già sotto le lime dei negoziatori che dovrebbero levigarla al punto da renderla in tutto e per tutto simile allo status quo attuale, pur sotto le fattezze dell’accordo di libero scambio che i britannici intendono perseguire con la controparte.

Qualora l’accordo non fosse raggiunto, si dunque scivolerebbe verso una Brexit “morbida”, dove il Paese commercia in modo assai simile ai Paesi membri dell’Unione pur non essendolo più. Il tutto per evitare il confine fisico fra le due Irlande.

MAY È DUNQUE RIUSCITA, sì, ma rinunciando: a usare i cittadini europei come merce di scambio (i loro diritti saranno garantiti e protetti dalla Corte di giustizia europea per otto anni) e a tirare sul prezzo del divorzio (si parla di una cifra tra i quaranta e i sessanta miliardi di Euro, quasi il doppio di quanto offerto in precedenza; in più, il Paese continuerà a contribuire al bilancio europeo fino al 2020); e a perseguire la Brexit “dura” che tanto esalta gli indomiti brexiteersalla pugna, ma rischierebbe di azzoppare malamente l’economia. Tutte rinunce suggeritele dal buon senso e dalla conformazione costituzionale del Regno Unito, oltre che dalle fortissime pressioni di un mondo industrial-finanziario che, in massima parte atterrito dalle pieghe che aveva preso la questione, scalpita per ottenere assicurazioni sul futuro.

È facile a questo punto capire l’ira dei brexiteers, i cui ululati arrivano fino a Downing Street: più che negoziatori, May e i suoi paiono finora come poco più che degli ambasciatori che portano a Westminster penose direttive ricevute da Bruxelles. Nigel Farage ha parlato di doppia umiliazione della premier: quella di lunedì (quando il Dup le ha fatto fallire l’accordo e quella di ieri, con una May aviotrasportata all’alba per ratificare un documento che rispecchia l’80% della volontà della controparte e il 20% della propria) e pare quasi strano che non abbia paragonato il suo volo notturno a Bruxelles con quello che fece Chamberlain a Monaco nel 1938.

UN ALTRO NATALE a Downing Street dunque, per Theresa e coniuge. Ma il brutto deve ancora venire soprattutto quando non solo in Parlamento, ma nemmeno nel governo c’è un’idea chiara di cosa si vuole dai negoziati che solo ora possono partire veramente. Se per Theresa May lunedì scorso pareva l’inizio della fine, adesso, come ha detto il premier irlandese Varadkar, è la fine dell’inizio.

FONTE: Leonardo Clausi, IL MANIFESTO

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