Dopo il summit islamico si accende lo scontro tra Abu Mazen e Trump su Gerusalemme

Nuove proteste nei Territori occupati. A Gaza nuovi bombardamenti israeliani e lanci di razzi palestinesi

Michele Giorgio • 14/12/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 570 Viste

Gerusalemme. Ieri a Istanbul il presidente dell’Anp ha ribadito che gli Usa non potranno più mediare al tavolo di trattative dopo la dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele

RAMALLAH. Sotto la spinta del leader turco Erdogan, che non manca occasione per lanciare attacchi al vetriolo a Israele e bordate all’Amministrazione Usa, e in appoggio alla fermezza mostrata dal presidente palestinese Abu Mazen, l’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) riunita ieri a Istanbul ha riconosciuto la Palestina come Stato con Gerusalemme Est sua capitale occupata. È la risposta al riconoscimento che Donald Trump ha fatto di Gerusalemme come capitale di Israele. E i Paesi membri dell’Oic invitano la comunità internazionale ad agire subito perché, ha spiegato in apertura del vertice il capo della diplomazia turca Mevlut Cavusoglu, «gli Stati Uniti hanno profondamente ferito la coscienza dell’umanità». Parole forti alle quali si sono unite quelle altrettanto insolitamente forti di Abu Mazen. Il presidente dell’Anp ha detto che il popolo palestinese non accetta più il ruolo di mediazione degli Stati Uniti – in verità ad accettarlo ancora erano solo lui e il suo entourage – e ha annunciato che chiederà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di annullare l’adesione di Israele e di far entrare i palestinesi a pieno titolo. «Andremo al Consiglio di Sicurezza per chiedere che sia annullato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele», ha promesso Abu Mazen spiegando che i palestinesi possono chiedere che la decisione di Trump sia messa ai voti. Secca, in serata, la replica della Casa Bianca che accusato Abu Mazen di essere la causa del mancato accordo di pace. Lapidario è stato il commento di Benyamin Netanyahu, forte dell’appoggio pieno di Trump. I rimproveri di Abu Mazen, ha detto il premier israeliano, «non ci impressionano…alla fine la verità vincerà e molte nazioni riconosceranno Gerusalemme capitale di Israele e muoveranno l’ambasciata» da Tel Aviv a Gerusalemme.

Il summit a Istanbul e i suoi esiti sono stati un propulsore per le proteste palestinesi contro la decisione di Trump. Ieri si sono intensificate, coinvolgendo altre località della Cisgiordania oltre a Ramallah, Betlemme, Hebron e Nablus. E alla Porta di Damasco, l’ingresso principale della città vecchia di Gerusalemme, gruppi di palestinesi hanno manifestato a più riprese costringendo la polizia israeliana a presidiare tutta l’area con ingenti forze. Non è la terza Intifada ma spira più forte di alcuni giorni fa il vento della rivolta. Le proteste palestinesi non piacciono ai coloni israeliani insediati in Cisgiordania. Ieri nel distretto di Nablus una quarantina di coloni con il volto mascherato hanno attaccato con lanci di pietre le case più periferiche di Burin dopo che gli abitanti di questo villaggio palestinese avevano bloccato una strada con pneumatici dati alle fiamme. L’Esercito sostiene di aver agito per fermare i coloni, tuttavia un filmato diffuso in rete dalla ong “Rabbini per i Diritti Umani” mostra alcuni soldati israeliani che assistono indifferenti agli attacchi dei coloni alle case palestinesi. Negli ultimi giorni i militari israeliani hanno arrestato decine di palestinesi in Cisgiordania, tra questi, martedì notte, anche un importante leader politico di Hamas, Hassan Yousef. In serata i palestinesi hanno lanciato un altro razzo da Gaza, intercettato dal sistema di difesa antimissile Iron Dome.

Ascoltando ieri alcuni dei palestinesi che partecipavano alle proteste al transito di al Baloua/Bet El, alla periferia orientale di Ramallah, abbiamo registrato un profondo scetticismo verso le dichiarazioni di condanna di Donald Trump dei leader europei e anche di quelli arabi e islamici. Sono diversi gli stati d’animo della la società palestinese in questa crisi su Gerusalemme scatenata dalla Casa Bianca. Tanti insistono per una protesta popolare e pacifica, molti altri credono che solo la lotta armata potrà portare la libertà (lo indica anche un sondaggio pubblicato due giorni fa), altri ancora si tengono a distanza da raduni e scontro perché pensano che siano destinati a spegnersi presto. Scetticismo che è frutto anche delle voci, concrete, che vogliono alcuni Paesi arabi, con l’Arabia saudita in testa, pronti ad stabilire relazioni con Israele, in nome della lotta al “nemico comune”, l’Iran. In questo quadro non sono passate inosservate una notizia e una intervista. Parlando al Consiglio della Shura, re Salman dell’Arabia saudita ha indicato, in anticipo sul vertice in Turchia, solo in Gerusalemme Est la capitale palestinese, lasciando così intendere che la parte Ovest è o sarà la capitale di Israele. Rispondendo alle domande del giornale saudita Elaph il ministro israeliano dell’intelligence Yisrael Katz ha invitato re Salman a visitare presto Israele. Katz inoltre propone al sovrano saudita il ruolo di sponsor del negoziato (quale?) israelo-palestinese. Arabia saudita e Israele non hanno rapporti ufficiali ma collaborano attivamente dietro le quinte contro Tehran.

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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