La Cassazione derubrica l’accusa alla Eternit

Amianto. La Cassazione ha modificato la fattispecie da «dolo» a «colpa cosciente». Protesta dei familiari delle vittime. Ora il processo è a maggior rischio di prescrizione, ma l’ex pm Guariniello invita a non essere pessimisti

redazione • 15/12/2017 • Salute & Sicurezza sul lavoro • 456 Viste

Non c’è giustizia per le vittime dell’Eternit. La Corte di Cassazione ha, ieri, rigettato i ricorsi della procura e della procura generale di Torino contro la sentenza del gup Federica Bompieri che, nel novembre del 2016, aveva riqualificato il reato contestato all’unico imputato, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, da omicidio volontario a omicidio colposo con colpa cosciente. Una decisione da cui era scaturito un conseguente spacchettamento del processo in quattro tronconi distinti, poiché, venendo meno l’ipotesi dolosa, cadeva anche la formula della continuazione dei reati contestati.

La prima sezione della Cassazione è la stessa che tre anni fa cancellò il maxi-processo Eternit che aveva condannato in appello Schmidheiny a 18 anni di carcere. Il reato di disastro ambientale fu, però, considerato prescritto. Il caso oggi in questione è, invece, il cosiddetto «Eternit Bis» riguardante la morte di 258 persone, ex lavoratori e cittadini, avvenuta tra il 1989 e il 2014 a causa dell’amianto lavorato negli stabilimenti della multinazionale. Inchiesta per cui Raffaele Guariniello, prima di andare in pensione, decise di formulare l’accusa di omicidio doloso aggravato.

Casale Monferrato, la città martire con i suoi 2.200 morti di mesotelioma e asbestosi, subisce un nuovo duro colpo. «Che ci sia stato il dolo lo sanno anche i gatti, lo dimostrano i documenti rivenuti nell’inchiesta, la multinazionale conosceva i rischi e nascose intenzionalmente le prove», commenta amaro Bruno Pesce dell’Afeva (Associazione familiari vittime amianto), uno dei leader della lotta contro la fibra killer, in pista da almeno 40 anni in questa infinita battaglia. Non ha perso la speranza: «Ora si riparte con quattro processi, l’importante è che vadano avanti e magari si moltiplichino. La decisione del gup torinese era stata discutibile, mi auguro che in questa sentenza della Suprema corte ci sia solo un motivo procedurale. Se un sistema giudiziario non è in grado di sanzionare ufficialmente situazioni simili significa che esiste un problema democratico».

Ora il processo sarà diviso in quattro filoni e altrettanti sedi, con allungamento dei tempi e il rischio prescrizione, la paura più grande, in agguato Vercelli ha competenza su Casale, Reggio Emilia su Rubiera, Torino su Cavagnolo e Napoli, dove il pm ha chiesto l’imputazione di omicidio volontario, su Bagnoli. A Vercelli toccherà il compito più arduo, visto che dei 258 fascicoli totali 243 riguardano Casale. «Questo ufficio non si tira certo indietro, insisterò su un adeguamento del personale», ha dichiarato, Pier Luigi Pianta, il procuratore capo del Tribunale di Vercelli.

La difesa di Schmidheiny è soddisfatta. «Avevamo eccepito l’inammissibilità dei ricorsi e la Corte ha deciso in questa direzione», ha detto l’avvocato Astolfo Di Amato. Di tutt’altro parere Massimiliano Gabrielli, legale dell’Anmil: «Quando un’organizzazione imprenditoriale continua consapevolmente a far soldi sulla pelle della gente bisogna parlare di omicidi volontari, senza se e senza ma. Ci aspettavamo quindi che la Cassazione applicasse semplicemente la legge, senza scivolare sulle difese tecniche e fare l’ennesimo regalo al miliardario Schmidheiny». Ezio Bonanni, uno degli avvocati di parte civile annuncia: «Ricorreremo alla Corte di Strasburgo per mancata tutela dello Stato italiano nei confronti delle vittime».

L’ex pm Raffaele Guariniello non è, invece, drastico: «La decisione della Cassazione non deve scoraggiare, si faranno comunque quattro processi contro l’Eternit, cosa che in altri Paesi è impensabile. La colpa cosciente resta un reato grave che comporta una pena rilevante, come nel caso Thyssen. Quanto alla prescrizione è un rischio sempre presente, ma si è tracciata una strada, che è andata avanti».

FONTE: IL MANIFESTO

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