Argentina, passa la riforma delle pensioni. Macri reprime le proteste

Argentina. L’esecutivo vara la riforma del sistema previdenziale e criminalizza chi è sceso per strada. Il fiore all’occhiello dei precedenti governi Kirchner è stato smantellato

Claudio Tognonato • 20/12/2017 • Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 546 Viste

Alle 7.15 del mattino, dopo un’estenuante seduta parlamentare durata più di 17 ore, il governo di Maurizio Macri è riuscito a sancire la legge di riforma del sistema previdenziale, che era un fiore all’occhiello dei governi Kirchner. Per ore i parlamentari sono rimasti isolati dal mondo grazie alle transenne e allo straordinario schieramento delle cosiddette forze dell’ordine.

MACRI era al suo secondo tentativo ed era disposto a tutto, dopo che lo scorso giovedì la seduta è stata sospesa per mancanza di quorum e segnata dalla repressione dei manifestanti che si opponevano davanti al Congresso. Tutto è stato rimandato a lunedì. Di fronte alle pressioni di Macri per fare approvare le nuove misure, la Cgt, il principale sindacato, ha proclamato lo sciopero generale mettendo fine alla tregua con il governo. Centinaia di migliaia di persone si sono recati alla Plaza del Congreso, davanti alla sede legislativa. In ogni grande città del paese si sono registrate altrettante dimostrazioni di ripudio alle riforme.

ALLA PACIFICA MANIFESTAZIONE hanno però preso parte anche settori che si sono scontrati con la polizia provocando feriti in entrambe le parti e oltre 80 detenuti. Pagina12 ha riportato testimonianze e foto che dimostrano l’azione di infiltrati nella protesta (un uomo che in una foto lancia sassi contro la polizia poco dopo sta aiutando un poliziotto).

I parlamentari del Frente para la victoria, con altri partiti che appoggiavano il governo, hanno chiesto di ascoltare la piazza, di aprire un nuovo canale di dialogo e di non isolarsi imponendo a forza le riforme. Macri non poteva ascoltare perché ha dedicato il pomeriggio a giocare a paddle, il suo sport preferito. Tanto aveva già ordinato ai suoi parlamentari di serrare le fila per dimostrare che a decidere è lui, minacciando di usare un decreto presidenziali in caso di intoppi alla legge.

LA RESISTENZA alla misura del governo si è espansa in tarda serata con migliaia di cittadini che hanno invaso le principali arterie di Buenos Aires facendo suonare le loro pentole in un cacerolazo spontaneo che dal centro si è snodato per le periferie, anche in quartieri finora roccaforte del governo. Evidentemente il malcontento cresce perfino tra le file del proprio elettorato. Le proteste sono continuate : già all’alba migliaia di pensionati, operai e giovani sono ritornati a circondare il parlamento dove continuava l’accesa discussione della riforma, segnata da tagli mascherati da una diversa modalità di adeguamento all’inflazione che in Argentina è arrivata al 25% annuo.

SECONDO I CALCOLI degli esperti con il nuovo indice si avrebbe un incremento del 5,7%; con quello precedente sarebbe stato del 14%. Forse in Italia e in Europa siamo ormai abituati alla continua riduzione dello stato sociale; l’Argentina questo percorso lo ha vissuto nei decenni scorsi come paese «laboratorio del neoliberismo» e pagato a caro prezzo con il default del 2001, il fallimento economico e politico del modello prima imposto dalla dittatura e poi replicato dai vari governi in democrazia.

Ieri El País ha scritto che l’Argentina «ha confermato di essere il paese dell’America Latina dove è più difficile far passare riforme impopolari». La vittoria di Macri ieri ha tutti gli elementi per trasformarsi in una vittoria di Pirro che può infiammare la protesta e generare scontri sempre più violenti. Erano anni che non si assisteva ad una repressione così spudorata come quella registrata giovedì scorso e ieri. Con i Kirchner, per ben 12 anni nessuna manifestazione è stata repressa dal governo.

MOLTI GIORNALI LOCALI hanno paragonato i fatti al dicembre del 2001, in cui ci furono 38 morti. È chiaro che ora Macri cerca lo scontro per criminalizzare la protesta, ma è altrettanto evidente, come è stato detto ieri in parlamento, che la riedizione del neoliberismo non avrà vita facile. La memoria del «Nunca más» non ammette il ritorno al passato.

FONTE: Claudio Tognonato, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This