Il Tribunale dei popoli condanna l’Italia e l’Europa: «Sui migranti crimini di sistema»

Rifugiati. Sentenza storica del Tribunale permanente dei popoli: «Roma e Bruxelles corresponsabili delle violenze». I giudici hanno visionato l’atto di accusa di 95 ong e le testimonianze dei sopravvissuti

Alfredo Marsala • 21/12/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 767 Viste

PALERMO. «Crimini di sistema» è il «reato» che il Tribunale permanente dei popoli (Tpp) contesta all’Ue e al governo italiano, finiti sul banco degli imputati per le violazioni dei diritti dei migranti. I «giudici» indicano la necessità «di invertire la rotta e rivendicare il diritto di migrare, ius migrandi, e il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali».

Perché «migrare è un atto politico ed esistenziale e lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dalla opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù».

Dopo aver esaminato l’atto d’accusa formulato da 95 gruppi di lavoro – Ong e associazioni – che hanno fornito una documentazione dettagliata e testimonianze di violenze e torture nei campi libici, la giuria del Tpp ha emesso, a conclusione di tre giornate di lavoro a Palermo, una sentenza storica che inchioda alle proprie responsabilità i paesi dell’Ue per «accordi» come quello con la Turchia di Erdogan e quello con la Libia, che in realtà – come emerge dalle prove documentali acquisite – non poggiano su alcun fondamento giuridico. Si tratta di intese che «da un punto di vista legale, appaiono sempre più dubbie», accusa l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, sua la requisitoria al processo davanti al Tpp, la cui giuria era composta dal presidente Franco Ippolito (magistrato di Cassazione), Francesco Martone, Donatella Di Cesare, Luciana Castellina, Philippe Texier, Carlos Beristain e Luis Moita.

«Ancora oggi il ministro dell’interno Minniti, che pure si definisce ’preoccupato’ per la sorte dei diritti umani in Libia, conferma la validità e l’efficacia di quelle intese», attacca Paleologo, che è componente del collegio del dottorato in «Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti» nel dipartimento di scienze giuridiche dell’Università e componente della clinica legale per i diritti umani (Cledu) a Palermo.

Il Tribunale chiede «una moratoria urgente dell’attuazione di tutti quegli accordi che, similarmente all’accordo Ue-Turchia e il processo di Karthoum, sono caratterizzati da assenza di controllo pubblico e dalla corresponsabilità nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti».

E invita il Parlamento italiano e il Parlamento europeo a convocare urgentemente «commissioni d’inchiesta o indagine sulle politiche migratorie, gli accordi e il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e la destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili».

Il Tribunale fa proprie e rilancia «le proposte elaborate dalla relatrice speciale dell’Onu nel suo ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nelle rotte migratorie» nonché «le richieste e raccomandazioni fatte da varie organizzazioni non governative, come Amnesty International sulla situazione in Libia».

Durante l’udienza sono state sentite le voci e le testimonianze di esperti di Sea-Watch, Oxfam, Medu, Borderline Sicilia, Baobab Experience e LasciateCIEntrare; sono stati ascolti migranti protagonisti di torture: scosse elettriche, esecuzioni sommarie, violenze sessuali, trattenimenti, mutilazioni.

Per il Tpp «dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate, emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio, dalle condizioni nei luoghi d’origine, al viaggio, alla permanenza nei campi prima di cadere nelle mani di trafficanti, poi nel corso della traversata in mare».

«Chi viene respinto entra nell’inferno dei campi di detenzione legali o informali – sostiene il Tribunale – Chi eventualmente arriva sul territorio italiano, termina in un hotspot, dove le sue possibilità di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato sono affidate al caso o alla fortuna».

Nella sentenza si parla di «responsabilità frantumata», di cui «si fa spesso un profitto intenzionale». «Diventa perciò difficile indicare con precisione chi è il colpevole, chi deve rispondere – osserva il Tpp – L’opinione pubblica ne viene disorientata. La concatenazione, la sequela, è talmente lunga, complicata, occulta, che quasi sempre si perde il nesso. Questo non permette di risalire a chi ha le maggiori responsabilità e spinge invece a fermarsi agli aguzzini più manifesti e ovvi, ad esempio alle guardie libiche, ai ’trafficanti’ o agli ’scafisti’, figure di quella zona grigia di cui spesso, loro malgrado, fanno parte gli stessi migranti».

Ecco perché «per un perverso meccanismo, oramai frequente, vengono rovesciati i ruoli della vittima e del persecutore: il migrante viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati».

FONTE: Alfredo Marsala, IL MANIFESTO

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