Acteal non si arrende. Dopo 20 anni il massacro ancora impunito

Messico. Tra il 22 e il 23 dicembre 1997 un gruppo di paramilitari armati uccise 45 indigeni. Tra loro furono trucidate quattro donne incinte

Andrea Cegna • 25/12/2017 • Diritti umani & Discriminazioni • 444 Viste

ACTEAL (MESSICO). A 20 anni dal massacro di 45 tra uomini, donne, bambine e feti perpetrato da gruppi paramilitari non è solo tempo di memoria.

ERA SERA, gli abitanti di Acteal, piccola comunità del Chiapas, erano in chiesa per una funzione natalizia. Con il calare della notte arrivarono uomini armati che, prima di fermarsi con le loro jeep, passarano indisturbati davanti a diversi posti di blocco militari. Entrarono in chiesa e a colpi di machete colpirono chiunque si trovasse a tiro. Las Abejas, organizzazione civile anti-capitalista e pacifista, di cui fa parte la comunità di Acteal, volta lo sguardo indietro e oggi fa i conti non solo con l’impunità degli esecutori materiali della mattanza e del governo messicano.
«Con l’approvazione della Legge di sicurezza interna il mal governo conferma la sua guerra di sterminio contro i popoli indigeni e non indigeni, come ha fatto ad Acteal». A leggere il comunicato è Guadalupe Vazquez, una delle sopravvissute di quella notte del 1997 durante la quale ha visto uccidere la sua famiglia. Ora è tra i 500 delegati del Congresso nazionale indigeno che ha nella candidata presidentessa Marichuy la portavoce.

È IL SIMBOLO di una comunità e di un organizzazione civile che non si è fermata, non ha avuto paura, e pur con il ricordo indelebile di quelle tragiche ore ha continuato a camminare per costruire un mondo diverso. Il 22 dicembre non è un giorno come gli altri in Chiapas, è il giorno in cui il governo ha provato, con la paura, a fiaccare la resistenza dell’associazione Las Abejas e il sogno di cambiamento dell’Ezln. A dirlo, senza giri di parole, è Raul Vera Lopez, ora vescovo di Saltillo e prima co-vescovo di San Cristobal de Las Casas.

IL MASSACRO DI ACTEAL nasce dentro il progetto Chiapas1994, ovvero la risposta repressiva all’inizio della rivoluzione zapatista. Las Abejas e zapatisti sono vicini di casa, entrambi condividono una feroce critica per il capitalismo e la globalizzazione neo-liberista. Ma a segnare la distanza è stata la scelta armata dell’Ezln. La scelta di colpire un gruppo vicino agli zapatisti voleva essere un segnale verso gli incappucciati e un monito per tutti i solidali e simpatizzanti del movimento rivoluzionario.

Acteal non potrà mai aver giustizia in questo Messico, perché è uno dei tanti mattoni di violenza su cui i poteri, che viaggiano a cavallo tra legalità e illegalità, fondano la loro forza e la loro riproducibilità. Forse proprio per questo i Las Abejas e i difensori dei diritti umani che hanno seguito il caso, hanno deciso di portarlo davanti alla Corte Interamericana dei diritti Umani, perché in quel luogo – forse – potranno arrivare le risposte che dentro i confini messicano non possono esserci.

È UNA MARCIA di un migliaio di persone ad aprire la giornata. Presenti anche rappresentanti dell’Onu e 49 croci che simboleggiano i 45 morti ammazzati oltre ai quattro mai nati. Da poco più di un anno la vita ad Acteal è tornata ad essere «normale». Dopo il massacro migliaia di persone scapparono facendosi proteggere dall’Ezln nel municipio autonomo di San Pedro Polho. Gli assassini di 20 anni fa sono ancora vivi, e sono nella vicina comunità di Chenalho. Non hanno dismesso pratiche violente e provocazioni, tanto che è di questi giorni l’acuirsi dello scontro per il controllo di alcune terre con la vicina Chalchihuitan.

Torna così in Chiapas l’incubo dei desplazados, persone costrette ad abbandonare la propria comunità per non essere ammazzate. Sono oltre 5.000 i nuovi sfollati. L’assenza di giustizia per il massacro di Acteal non è solo un problema di ieri, non è solo un atto dovuto, è una precisa volontà politica di governo dei territori che passa dal paramilitarismo e arriva alle nuove leggi. In mezzo c’è il sogno di un mondo diverso, che resiste e si organizza da oltre 20 anni.

FONTE: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

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