Missione militare in Niger, l’ultimo regalo del governo Gentiloni

Soldati italiani in Africa. I primi soldati già a gennaio. I migranti potrebbero essere costretti a nuove e più pericolose rotte

Carlo Lania • 29/12/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati, Politica & Istituzioni • 699 Viste

La fine della legislatura segna l’inizio della nuova missione militare italiana, questa volta nel cuore dell’Africa. «Noi andiamo in Niger in seguito a una richiesta del governo nigerino», spiega il premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa con cui chiude l’esperienza di governo. Una volta a regime dovrebbero essere impegnati 470 uomini in operazioni di contrasto all’immigrazione e alle formazioni terroristiche jihadiste, ma anche nella formazione dei militari nigerini. «Lavoriamo per consolidare gli assetti di controllo del territorio, delle frontiere e per addestrare e formare le forze nazionali», prosegue Gentiloni.

Perché i soldati italiani possano prendere posizione a ridosso della frontiera tra Niger e Libia è necessario però ottenere prima il via libera del parlamento. Più che i numeri (a favore oltre a Pd e Ap si è gia espressa anche Forza Italia), lo scontro si consumerà sulla possibilità o meno per le aule di Camera e Senato di votare l’ennesimo impegno militare. La nuova legge sulle missioni all’estero prevede infatti che dopo aver ottenuto il parere degli uffici del Quirinale, il governo trasmetta il decreto istitutivo della missione (varato nel consiglio dei ministri di ieri) alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato che potrebbero approvarlo senza il voto dell’aula. Un iter non obbligatorio, e sul quale si starebbe ancora discutendo, che sarà deciso solo dalla conferenza dei capigruppo. La sola ipotesi di saltare il passaggio dell’aula ha però già fatto infuriare Lega, Mdp, Sinistra italiana/Possibile e 5 stelle, tutti contrari alla missione.

Un primo contingente di 120 uomini potrebbe essere in Niger già nelle prime settimane dell’anno nuovo e con base a Fort Madama, un ex postazione della Legione straniera francese situata 100 chilometri a sud della frontiera libica. I soldati si aggiungeranno alle truppe del G5 Sahel, la nuova formazione composta da militari di Mali, Niger, Ciad , Mauritania e Burkina Faso ideata nel 2014 ma in realtà nata ufficialmente solo a metà dicembre al termine del vertice che ha riunito a Parigi Gentiloni con il presidente Macron, la cancelliera Merkel e i leader dei cinque paesi africani.

Anche se ufficialmente la missione in Niger nasce per contrastare i trafficanti di uomini è alto il rischio che, come già successo con la Libia, finisca col peggiore le condizioni soprattutto dei migranti. I flussi ad Agadez, in passato uno degli snodi centrali delle carovane diretto verso la Libia, sono infatti già diminuiti da tempo per un effetto combinato tra la nuova legge sull’immigrazione varata dal Niger e le operazioni di contrasto messe in atto nell’area. «Ad Agadez siamo riusciti a ridurre il numero dei passaggi da 76 mila a 11 mila in pochi mesi», ha spiegato in passato l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Federica Mogherini, mentre i dati dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, segnalano come dalle 291 mila persone transitate per il Niger nel 2016 si è passati alle 31 mila registrate nei primi dieci mesi del 2017. Il che naturalmente non significa che chi voleva partire per cercarsi un futuro in Europa abbia rinunciato, ma solo che i migranti sono costretti a cercare nuovi percorsi, rotte che attraversano il deserto rendendo ancora più pericoloso il viaggio verso l’Europa. Una tendenza che adesso potrebbe essere ulteriormente alimentata dalla nuova presenza militare nell’area.

In Italia intanto suscita polemiche la scelta di convocare le commissioni Esteri e Difesa nonostante la legislatura sia finita. «Lo ius soli non può essere approvato perché le Camere vengono sciolte – attaccano Giulio Marcon e Pippo Civati di LeU -, ma per la missione militare in Niger ‘per fermare i flussi dei migranti’ le commissioni parlamentari saranno invece riconvocate per dare il via libera. Dal governo due pesi e due misure».

FONTE: Carlo Lania, IL MANIFESTO

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