Striscia di Gaza, escalation all’orizzonte

Israele ieri ha ripetutamente attaccato Gaza dopo il lancio di razzi dalla Striscia. Soffiano di nuovo forti i venti di guerra

Michele Giorgio • 30/12/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 782 Viste

Decine di feriti in Cisgiordania nelle nuove proteste palestinesi contro la dichiarazione di Trump su Gerusalemme

GERUSALEMME. Il lancio di razzi ieri da Gaza verso il sud di Israele potrebbe aver avuto come obiettivo le cerimonie in corso per il compleanno del sergente Oren Shaul, un militare scomparso durante l’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014. Sui media locali questa ipotesi, presa in considerazione dalle autorità militari, è stata data con ampio spazio. Dei tre razzi lanciati solo uno è riuscito a superare il sistema difensivo Iron Dome, ed è caduto, senza causare danni alle persone, in un kibbutz di Shar HaNegev. A breve distanza erano in corso le cerimonie in onore del soldato, interrotte dalla sirena di allarme e seguite dalla corsa precipitosa dei familiari di Shaul e degli altri partecipanti verso i rifugi. Il clamore è stato enorme e ad esso hanno contribuito i filmati messi in rete del momento in cui è scattato l’allarme. La reazione di Israele è stata immediata. Aerei e artiglieria hanno preso di mira presunte postazioni di Hamas a Gaza e la scorsa notte si attendevano nuovi raid. Si teme una escalation. Tre giorni fa Netanyahu ha lanciato un avvertimento: «Non permetteremo e non tollereremo un’escalation da parte di Hamas o di altri gruppi terroristici, useremo tutti i mezzi per difendere la sovranità e la sicurezza di Israele». Nove anni fa, in questi giorni di fine anno, ebbe inizio la prima grande offensiva israeliana, “Piombo fuso”, contro Gaza. Ad essa seguiranno nel 2012 “Colonna di nuvole” e due anni dopo “Margine Protettivo”.

La vicenda di Oren Shaul è perciò tornata in primo piano. Per Israele il sergente è caduto in combattimento durante l’offensiva di terra lanciata contro Shujayea (Gaza city) nel luglio del 2014. Il suo corpo, aggiunge, è nelle mani di Hamas. Invece il movimento islamico sostiene che il militare è ancora vivo e che lo libererà solo in cambio della scarcerazione di prigionieri politici palestinesi in carcere in Israele. Una trattativa tra le due parti è in corso dietro le quinte ma Israele ripete che Hamas ha solo i corpi di Shaul e del tenente Hadar Goldin, anch’egli ucciso uno scontro a fuoco nel 2014. Sono invece prigionieri a Gaza due civili: un ebreo etiope e un beduino israeliano. Hamas però insiste con la sua versione dei fatti e nei giorni scorsi le Brigate Ezzedin al-Qassam, il suo braccio armato, hanno mostrato a Gaza uno striscione con l’immagine di Oren Shaul, accompagnata da una didascalia scritta in arabo e in ebraico: «Finché i nostri eroi non vedranno la libertà, neanche questo prigioniero vedrà la libertà».

Il rischio di un nuovo ampio attaccocontro Gaza si abbina alle proteste palestinesi per la dichiarazione con cui lo scorso 6 dicembre Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele. Ieri è stato il quarto venerdì di protesta e migliaia di palestinesi hanno preso parte alle proteste lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele e in diverse zone della Cisgiordania. Il ministero della sanità palestinese ha riferito di 20 feriti (due sono gravi) a Gaza da proiettili sparati dai soldati israeliani (due versano in condizioni gravi). Decine di feriti anche in Cisgiordania, in gran parte intossicati dai gas lacrimogeni. La tensione è stata forte anche al confine tra Israele e Libano dove i soldati dello Stato ebraico hanno lanciato granate assordanti contro i gruppi di giovani che si avvicinavano al confine, per una manifestazione organizzata dal movimento sciita Hezbollah. Continua la mobilitazione per Ahed Tamimi, la 16enne palestinese arrestata e in attesa di giudizio per aver schiaffeggiato due soldati a Nabi Saleh. Twitter ha cancellato il suo account e i familiari ne hanno prontamente aperto un altro: #FreeAhedTamimi. Intanto l’esercito israeliano ha esteso per altri sei mesi la detenzione amministrativa, senza processo, per la parlamentare Khalida Jarrar, uno dei leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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