Europa, esportatrice di morte. 790 milioni di dollari dalla Ue ai Saud nel 2016

Armi. Il business continentale seppellisce i «valori» europei. In testa c’è Londra. Seguono Parigi, Berlino e Roma che triplica rispetto al 2014. E poi l’est Europa

Chiara Cruciati • 31/12/2017 • Europa, Guerre, Armi & Terrorismi • 503 Viste

A sentire gli appelli del parlamento europeo in palese antitesi con l’effettiva attività commerciale degli Stati membri, verrebbe da pensare che si tratta di parlamentari alieni, che esprimono una preoccupazione che nei rispettivi paesi svanisce nella cruda «razionalità» della legge di mercato.

L’Europa è oggi, accanto agli Stati uniti, la prima esportatrice di morte nel mondo. In particolare nel mondo arabo e, più nello specifico, nella Penisola arabica attraversata da una guerra tra le più brutali di sempre, quella in Yemen.

Perché è una guerra combattuta per lo più contro una popolazione civile. I millantati «valori» europei sono cancellati dai dati: dal 2012 ad oggi i paesi Ue hanno moltiplicato il business militare verso l’Arabia saudita, che da tre anni è il secondo importatore di armi al mondo dopo l’India, con un incremento del 212% tra il 2012 e il 2016 rispetto ai cinque anni precedenti.

Seppur lontani dai livelli statunitensi (gli ultimi contratti in ordine di tempo sono quelli siglati dal presidente Trump: 110 miliardi di armi a Riyadh subito, 350 nel prossimo decennio), le potenze europee non sfigurano.

Le informazioni a disposizione sono limitate al 2016 e solo parzialmente al 2017, ma indicano un trend ormai stabile: in cima sta la Gran Bretagna – nel mirino di numerose associazioni per i diritti umani e dell’opposizione laburista di Corbyn – con 1,24 miliardi di dollari in armi ai sauditi nei primi sei mesi del 2017, sei miliardi dal 2015 e 3,8 nel 2014, quando scoppiò la guerra yemenita; segue la Francia (che ha nella petromonarchia il primo cliente) con 10,8 miliardi di dollari di armi vendute tra il 2010 e il 2016, di cui 1,5 sia nel 2014 che nel 2015, di nuovo la data di inizio del conflitto.

Poi la Germania che ha appena approvato l’invio di 150 milioni di euro in armi all’Arabia saudita, con un aumento di 41 milioni rispetto al 2016 e che si aggiungono ai 722 milioni di equipaggiamento militare calcolato al marzo 2015 dall’Official Journal of the European Union.

Ed ecco al quarto posto si piazza l’Italia dei record: nel 2016 il governo di Roma ha dato l’ok a 14,6 miliardi di euro di licenze totali (+85,7% rispetto al 2015 e +452% rispetto al 2014), di cui 427,5 milioni alla monarchia Saud (contro i 258 del 2015 e i 163 del 2014).

A seguire – sempre verso l’Arabia saudita – ci sono la Croazia (5,8 milioni di dollari solo nel 2016), la Svezia, il Belgio, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Spagna.

Un business continentale che fomenta il bellicismo della petromonarchia fornendola di fucili a canna liscia, munizioni, bombe, missili, razzi per le torpediniere, veicoli blindati, agenti biologici e chimici, navi da guerra, jet, equipaggiamento militare elettronico, software per l’intelligence, e così via.

Il commercio militare verso il Golfo è parte di una più ampia corsa globale al riarmamento che ha accelerato negli ultimi cinque anni raggiungendo livelli da guerra fredda: l’Arabia saudita ha importato dall’Europa un totale di 790,4 milioni di dollari in armi solo nel 2016 e dal 2012 ne ha acquistate il 144% in più rispetto al quinquennio 2007-2011. Senza contare quelle arrivate da Cina, Russia e Usa, tra i sei principali venditori a Riyadh, armi che per lo Yemen significano morte quotidiana.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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