Trump «Anno I», esperimenti del populismo iperliberista e neototalitario

La Casa sbianca. Il rigurgito nazionalista vuole estinguere il progetto di democrazia multiculturale

Luca Celada • 2/1/2018 • Copertina, Internazionale • 460 Viste

Nella Casa bianca/fortezza dove Trump imperversa come Charles Foster Kane di Quarto Potere, divorando quantità industriali di Fox News e twittando la sua rabbia, il presidente ha chiuso il suo primo anno dichiarandosi vincitore nella «difesa del natale» una delle ossessioni che ricorrono nell’immaginario delle destre complottista. Un argomento emblematico della «militarizzazione» delle culture wars, dello stato di «litigio nazionale», da cui il trumpismo dipende per attivare e compattare la propria base.

L’INVOLUZIONE POLITICA globale, in Usa ha preso la forma di un populismo viscerale, risorto, non casualmente dopo il primo presidente nero, con antico rancore.

Il trumpismo ha imposto una sterzata radicale alla narrazione prevalente della nazione, riproponendo l’antico spartiacque del razzismo come impeto prevalente e grimaldello per una impressionante restaurazione reazionaria. Il rigurgito trumpista vuole estinguere il tortuoso e imperfetto progetto di democrazia multiculturale (il lungo arco della storia che si incurva verso la giustizia sociale, come lo chiamava Martin Luther King) e rimettere il paese sui binari di un suprematismo originario che scorre ancora profondo nel paese.

Con Trump sono tornate prepotentemente in superficie gli aspetti peggiori dell’«americanismo» storico e quelli di fascismi nazionali più recenti: Nixon, Joe McCarthy, J Edgar Hoover, l’apartheid del sud Jim Crow. Nelle immortali parole di un Hell’s Angel interrogato alla radio sulle doti di Trump: «Arrogante? Certo. Come diavolo pensa che l’America sia diventata quella che è!?»
I sondaggi raccontano che all’eccezionalismo della prevaricazione aderiscono oggi almeno un buon terzo degli americani. Preceduto da Brexit e in piena sintonia coi populismi identitari europei, ha sorpreso principalmente per aver «doppiato» gli etno-nazionalismi d’oltreoceano.

E SPECIALMENTE per la facilità con cui sono state sopraffatte le vantate sponde istituzionali americane, sciolte come neve al sole dinnanzi ai conflitti d’interesse dell’azienda di famiglia impadronitasi della Casa bianca.

Gli Stati uniti si sono trasformati in laboratorio populista iperliberista e neototalitario a cui l’Europa farebbe bene a prestare molta attenzione. Ad un anno dall’insediamento di Trump, la «maggiore democrazia occidentale» non esprime sullo scacchiere internazionale che la fisiologica affinità con gli autoritarismi globali, da Orban a Erdogan, autorizzando i sanguinari progetti egemonici di Netanyahu e Saud.

UNA SUPERPOTENZA «CANAGLIA» trincerata dietro lo slogan «America First!» il cui isolamento si misura nella condanna Onu del «riconoscimento» di Gerusalemme per 168- 7. («Ci siamo scritti i nomi» ha bofonchiato l’ambasciatrice rendendo ancor più patetico l’episodio).

Più inquietante, se possibile, della (non) postura geopolitica è la forma post-politica, orwelliana del regime Trump, la sua simbiosi con la disinformazione ed il trollismo in rete per l’offuscamento sistemico di dati, parole, fatti. Una mutazione epistemologica del linguaggio e della politica scandita dagli attacchi frontali al giornalismo, dichiarato nemico della patria l’epiteto fake news brandito contro ogni critica, come avviene alle corti di Putin e Duterte.

Oggi un terzo dei cittadini di fede repubblicana crede ancora che Trump in realtà abbia vinto anche il voto popolare. Scriveva Hannah Arendt: «il soggetto ideale del potere totalitario non è il nazista convinto o il devoto comunista, ma la gente per cui la distinzione fra fatti e finzione, fra vero e falso, ha cessato di esistere».

DIETRO AL FUOCO di sbarramento delle guerre culturali, la polemica permanente delle bufale Alt-right ritwittate dal presidente, la macchina liberista fa terra bruciata. Dietro al nazional-populismo, si svela infine la manovra del capitale finanziario che intravede con Trump l’opportunità di divellere il patto sociale.

I paladini dello stato minimo, pronipoti radicalizzati del reaganismo, sperano infine di abrogare i resti dell’odiato New Deal, «decostruire lo stato amministrativo» nell’eufemismo di Steve Bannon.

E così dopo dieci anni di crescita, con utili e listini al massimo, i plutocrati si regalano la «necessaria riforma» del Tax Plan, implementando nel momento di monumentale, distopica diseguaglianza una manovra destinata a rendere incolmabile l’abisso fra cittadini/consumatori e l’1%.

NELLE TENDOPOLI URBANE, gli accampamenti di homeless nelle grandi città e l’assuefazione agli oppiacei nelle province deindustrializzate, si delinea la società hobbesiana, «meritocratica» e socialmente «darwinista» sullo sfondo di una catastrofe ambientale e una corsa al riarmo, a conferma, come sostiene Noam Chomsky, che il partito repubblicano è l’organizzazione più pericolosa sul pianeta.

Perché nella partita americana che si gioca nell’anno a venire sono comprese le sorti globali. L’obiettivo tattico per la maggioranza di americani che da un anno si sentono stranieri in patria, non può che essere il recupero di almeno una delle camere nelle elezioni di mezzo termine per rompere il monopolio repubblicano ed arginare lo smisurato potere di Trump che attraverso la nomina dei giudici federali rischia di lasciare uno strascico generazionale di politiche reazionarie sul paese. Dopo il mid-term rimane poi la questione sottostante: risolvere la crisi di rappresentatività che ha dato potere al candidato sconfitto dal voto popolare già due volte in questo millennio.

NELLA TUTELA PROGRESSISTA dei diritti civili e nell’ibridazione multiculturale l’America aveva la propria marcia in più rispetto agli identitarismi calcificati della vecchia Europa. Da ora innanzi la «maggiore democrazia» rimarrà per sempre quella che per prima ha espresso un despota populista, votato ad un americanismo arcigno. La questione fondamentale cui occorre dare risposta è se le componenti sane della società civile, i discendenti di Franklin Roosevelt e di King, Malcolm e Cesar Chavez, le sinistre antirazziste e sindacali, gli antagonisti, intellettuali, minoranze ed immigrati, le donne di un movimento riorgente, i giovani galvanizzati da Bernie Sanders o quelli (25000) che dallo scorso gennaio si sono iscritti ai Democratic Socialists of America, avvicinati alla militanza di quartiere o semplicemente le parti etiche del paese, avranno la forza di reagire al più catastrofico fallimento ad oggi dell’esperimento americano e ritrovare i binari dell’inclusione, solidarietà e giustizia sociale che sono l’unica speranza di alternativa alla catastrofe. In America come in tutto l’occidente industriale nella morsa dell’odio, della paura e di un liberismo senza freni.

FONTE: Luca Celada,  IL MANIFESTO

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