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Siria. Guerra a Idlib, droni jihadisti su basi russe, 100mila in fuga

Siria. Mosca accusa (indirettamente) gli Stati uniti: tecnologia troppo avanzata, la Russia convinta che gli Usa sostengano le milizie islamiste. Si intensifica la battaglia nell’ovest siriano

Michele Giorgio • 12/1/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi • 178 Viste

Non ha causato danni ma suscita sospetti e interrogativi il massiccio attacco con droni che i jihadisti siriani sabato scorso hanno lanciato contro due basi russe, quella aerea a Hemeimeem, nella provincia di Latakia, e quella navale al porto di Tartus.

Nessuno ha rivendicato il raid ma Mosca, senza incolpare direttamente alcun paese, sostiene che le capacità tecniche necessarie per lanciare l’attacco sono state messe a disposizione da chi possiede il know-how della navigazione satellitare.

Il riferimento agli Stati uniti è chiaro ma alcuni parlamentari russi, tra i quali il comunista Gennady Zyuganov, non hanno avuto problemi a renderlo più esplicito incolpando Washington di aver aiutato con la sua tecnologia a realizzare l’attacco con i droni. E secondo un altro deputato, Dmitry Sablin, il raid sarebbe stato persino più ampio di quanto ammesso dalle forze armate russe perché avrebbe coinvolto 31 droni.

Gli Usa negano. «Qualsiasi ipotesi che le forze degli Stati uniti o della coalizione (a guida americana, ndr) abbiano avuto un ruolo nel raid contro la base russa è priva di qualsiasi base», ha dichiarato Adrian Rankine-Galloway, un portavoce del Pentagono.

I russi non sono degli sprovveduti. Le loro indagini hanno accertato che il raid ha coinvolto (almeno) 13 aerei senza pilota, dotati di tecnologia per la navigazione satellitare, lanciati da una distanza tra 50 e 100 km. Sette droni sono stati abbattuti dai sistemi antiaerei, gli altri sei sono stati costretti ad atterrare, ha fatto sapere il ministro della difesa russo.

Al momento dell’incursione, aggiunge Mosca, un aereo dell’intelligence militare Usa stava sorvolando il Mediterraneo vicino alle due basi prese di mira. Armati con bombe artigianali i droni non hanno causato alcun danno ma l’attacco ha avuto soprattutto lo scopo, per chi ha aiutato i jihadisti a metterlo in atto, di inviare un messaggio alle forze russe e all’esercito di Damasco.

Già a dicembre missili sparati da Idlib, la provincia nelle mani dei qaedisti di Hay’at Tahrir al Sham dove si combatte con violenza da alcuni giorni, colpirono non lontano da Hemeimeem. E alla vigilia di Capodanno la base aerea è finita sotto una pioggia di colpi di mortaio per la prima volta dall’inizio della campagna russa in Siria e due soldati sono rimasti uccisi (il giornale Kommersant parla anche di sette aerei distrutti). Quello di sabato è stato il primo attacco con droni.

I militari russi e statunitensi mantengono contatti regolari. Negli ultimi mesi, tuttavia, i comandi russi hanno criticato più volte il ruolo degli Stati uniti che, dicono, assisterebbero i miliziani di varie organizzazioni di modo che possano riprendere ad attaccare le forze armate siriane.

Si è parlato anche di un possibile coinvolgimento turco, ma è stato lo stesso presidente Putin a escludere che Ankara sia dietro i bombardamenti delle basi russe.

L’urgenza di proteggere la base di Hemeimeem e il porto di Tartus, oltre che la provincia di Latakiya, una delle roccaforti del presidente Bashar Assad, sarebbe tra i motivi che hanno spinto l’esercito siriano a lanciare il 25 dicembre – si dice in anticipo sui tempi previsti – l’offensiva per riprendere la provincia di Idlib, l’ultima ampia porzione del territorio nazionale ancora nelle mani di jihadisti e qaedisti.

Se la campagna militare avrà successo, il governo riavrà il controllo pieno della strada che collega Damasco e alla città settentrionale di Aleppo.

Centomila civili sono in fuga per sottrarsi ai combattimenti nell’area che include l’aeroporto militare di Abu Duhur. Alcuni gruppi islamisti si sono uniti ai qaedisti e hanno lanciato una controffensiva che ha portato inizialmente alla ripresa di alcuni villaggi che erano stati liberati dall’esercito. Ieri sera però le forze governative sembravano aver frenato lo slancio dei miliziani.

Intanto, secondo la denuncia dell’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Zeid Raad al Hussein, almeno 85 civili sarebbero morti nei raid aerei e nei cannoneggiamenti dell’artiglieria governativa sulla Ghouta orientale, zona a est di Damasco controllata da varie organizzazioni islamiste.

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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