Ricerca Cgil.  Il lavoro nello sport è sempre più sfruttato e senza diritti

L’85 per cento dei 90mila addetti ha contratti precari. Nell’ultima manovra il ministro Lotti ha creato le società sportive dilettantistiche a fini di lucro

Massimo Franchi • 13/1/2018 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 178 Viste

Aumentata la soglia di esenzione fiscale fino a 10mila euro annui di compenso

Ha molti più occupati della gig economy: 90 mila diretti e ben un milione di volontari. E per chi ci lavora le condizioni continuano a peggiorare. Lo sport in Italia è un gigante sempre più privatizzato in cui chi fa business ha la strada spianata e chi ci lavora è un fantasma senza diritti e tutele.
Per fare luce su questa «zona grigia» fatta di tecnici, giocatori semiprofessionisti, istruttori, insegnanti, arbitri ma anche di personale amministrativo pagati con semplici rimborsi spesa – 88.614 lavoratori retribuiti impiegati nel settore, di cui l’85 per cento (pari a 75.475) sono retribuiti con forme di contratti flessibili – due federazioni della Cgil – il Nidil dei precari e la Slc dei dipendenti dello spettacolo a cui gli «sportivi» sono associati – lanciano un’indagine on-line per «acquisire conoscenze per costruire rappresentanza e migliorare le condizioni dei lavoratori», come spiega Claudio Treves, segretario generale Nidil.

Stante la grande opposizione delle società, per contattare i lavoratori lo strumento scelto è quello di un questionario scaricabile dal sito nidil.cgil.it e in tutte le strutture del sindacato messo a punto dalla prof Stefano Landi, fondatore della SL&A turismo e territorio: «Non abbiamo un elenco dei lavoratori e quindi dobbiamo utilizzare questa metodologia con un sistema a cascata che bilanceremo con i dati già in nostro possesso. Cercheremo di conoscere meglio questo mondo variegato di mansioni capendo, specie per quelli che lo considerano lavoro principale, quali problematiche e tutele sono per loro prioritarie, , dagli infortuni alla maternità, dalle ferie alla pensione, dalla tutela per la responsabilità civile all’aggiornamento».

Il quadro attuale è sconfortante: se da una parte il calo dei contributi pubblici ha messo con le spalle al muro le oltre 92mila istituzioni non profit sportive (il 31 per cento del totale del «terzo settore») dall’altra la recentissima legge di bilancio ha spalancato le porte a chi con lo sport vuole solo fare soldi, rischiando fortemente di costringere anche l’associazionismo a scegliere questa strada. Con un blitz voluto dal ministro Luca Lotti nella legge di bilancio è stata creata una nuova forma: la società sportiva dilettantistica lucrativa. A questa nuova tipologia si applica un’estensione dell’attuale normativa già molto vantaggiosa dal punto di vista fiscale: se prima nessun contributo era dovuto per compensi annuali fino a 7.500 euro, ora il tetto è stato innalzato a 10mila. Così i giganti di Confindustria che gestiscono mega impianti potranno godere degli stessi benefici fiscali – comprese le deroghe sul mercato del lavoro – dell’associazione di quartiere che usa lo sport come forma di riscatto sociale. «Siamo davanti ad una sommersione del lavoro nello sport in cui una leva giovanile, a partire dai ragazzi del servizio civile, fanno gola ad associazioni e imprese per diminuire il costo del lavoro», sottolinea Landi.

«Ci sono due interpelli del ministero del Lavoro con cui anche tutte le figure che non sono strettamente connesse all’attività sportiva ma rientrano nell’attività del soggetto economico come custodi o segretarie sono attratte dalla regola dell’esenzione fiscale, allargando i precari per legge», spiega Treves.

«Vogliamo includere nella sfera dei diritti pezzi di lavoro che tradizionalmente ne sono esenti – dichiara Fabrizio Solari, segretario generale Slc Cgil – . Se si alza a 10mila euro il tetto dell’area detassata ci avviciniamo ad una fascia di reddito che si conforma a lavori veri e propri. C’è una riduzione del costo del lavoro al di fuori di qualsiasi regola. Bisogna porre un freno ad una deriva pericolosa».

La mancanza di contributi a fini pensionistici va a peggiorare la situazione di chi lavora in questo campo specie dopo la riforma Fornero con il passaggio al contributivo, con anni persi in vista della pensione. «In questo caso la legge di bilancio prevede finalmente che i collaboratori debbano iscriversi all’ex fondo Enpals – precisa Treves – ma rischiano di essere in gran parte contributi inutili specie per chi ha questa mansione da decenni» come le migliaia di ex atleti o laureati in scienze motorie o licei sportivi che hanno scelto lo sport come lavoro.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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