Tunisia, sette anni dopo la protesta è sempre per la giustizia sociale

Le proteste di Fech Nestanew? (Che cosa aspettiamo?), un movimento spontaneo che ha manifestato anche ieri nel centro di Tunisi, sono pacifiche, nonostante le accuse del governo

Giuliana Sgrena • 13/1/2018 • Internazionale • 306 Viste

«La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Alcuni intellettuali tunisini fanno ricorso alle parole di Antonio Gramsci per spiegare la fase che sta attraversando la Tunisia.

A sette anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini con la destituzione del dittatore Ben Ali, i nodi della transizione alla democrazia sono duri da sciogliere.

Ma la rivoluzione continua, lo si vede nelle piazze e lo si rivedrà il 14 gennaio con le manifestazioni indette da partiti, associazioni e dall’Unione generale dei lavoratori tunisini.

La rivolta di questi giorni in varie città della Tunisa, contro la Legge finanziaria 2018 – che impone l’aumento della Tva (Iva) e dei prezzi dei beni di prima necessità – è l’espressione del forte malessere sociale e di una crisi economica profonda alle quali un governo debole e incompetente non ha saputo porre rimedio.

Ma è anche il segno che i tunisini, soprattutto i giovani, vogliono continuare a battersi. Non è vero che la rivoluzione è fallita, ma se certamente il vecchio sta morendo il nuovo fa fatica a nascere: la dittatura è caduta ma la democrazia è un percorso a ostacoli.

Non si può parlare di democrazia senza giustizia sociale: il bilancio economico è catastrofico, l’inflazione galoppante, i salari sono troppo bassi, la disoccupazione supera il 16% (il 30% per i giovani laureati), il fossato che divide la Tunisia dell’interno da quella del litorale – tra le ragioni della rivolta del 2011 – resta profondo, gli abitanti delle periferie sono emarginati.

La Tunisia è diventata un paradiso fiscale – anche per molti italiani -, gran parte dell’economia è gestista dal settore informale al quale vanno anche parte delle entrate del turismo, in ripresa nel 2017 ma con molte disdette negli ultimi giorni per le proteste.

Soprattutto, a beneficiare del rovesciamento del vecchio regime sono stati gruppi di affaristi e mafiosi.

Il premier Youssef Chahed aveva ottenuto grande sostegno dalla popolazione quando nel maggio del 2017 aveva lanciato l’operazione «mani punite» contro la corruzione: sembrava che volesse porre fine al controllo d’ingenti risorse economiche da parte dei cosiddetti «uomini d’affari» spesso implicati nel contrabbando, ma evidentemente non ha potuto o voluto portare a termine l’impegno.

Proprio ieri in un incontro tra il presidente della repubblica Beji Caid Essebsi e il premier Youssef Chahed per valutare la situazione è stata annunciata l’intenzione di rafforzare le misure contro la corruzione, oltre a quella di migliorare il potere d’acquisto per le fasce più deboli e controllare i circuiti di distribuzione dei beni, spesso fuori controllo. Forse i governanti si sono accorti che la repressione non potrà sedare la rivolta se non si affrontano i nodi reali del paese.

Ma la situazione potrebbe peggiorare.

Le proteste di Fech Nestanew? (Che cosa aspettiamo?), un movimento spontaneo all’interno del quale sono impegnati anche i militanti del Fronte popolare e che ha manifestato anche ieri nel centro di Tunisi, sono pacifiche, nonostante le accuse del governo.

Più difficile è capire chi c’è dietro i saccheggi e i vandalismi che avvengono di notte, senza slogan, sigle e rivendicazioni.

Sono stati arrestati alcuni militanti islamisti, un jihadista ricercato, mentre a Sidi Bouzid, la città dove era scoppiata la rivolta nel 2011, è stato individuato un uomo che distribuiva soldi ai manifestanti.

Non c’è da meravigliarsi: gli interessi a far degenerare o a cavalcare le proteste sono molti e lo si è già visto nelle rivolte arabe del 2011.

La Tunisia è alla vigilia delle elezioni amministrative che, dopo rinvii, si terranno il 6 maggio. E dopo i nefasti effetti dell’accordo tra il presidente laico Essebsi e il leader islamista Ghannouchi, entrambi cercheranno un’affermazione per i rispettivi partiti nelle municipali.

Inoltre, soprattutto, la Tunisia si trova in una posizione geografica estremamente delicata: dopo le sconfitte subite da Daech in Iraq e Siria, la Libia è diventata rifugio di molti jihadisti in fuga, che sconfinano nei paesi vicini. Questi «mostri» rischiano di far arretrare il paese anche sulle conquiste ottenute sul piano dei diritti – in particolare per le donne – e delle libertà.

Per «difendere il paese, la costituzione e le libertà» è stato lanciato un appello da migliaia d’intellettuali e personalità di vari settori. Una sorta di «terza via» per tentare dal basso quell’esperimento che il Quartetto, che ha vinto il premio Nobel, aveva realizzato con i partiti politici.

FONTE: Giuliana Sgrena, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This