Nel secondo anniversario, cento piazze per Regeni e le verità del pm Pignatone
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Si chiama «giallo Giulio», ormai, in Italia il colore che altrove è una tonalità tra l’evidenziatore e il limone, come gli striscioni che pendono dai balconi di palazzi comunali e facoltà universitarie. Ieri era il secondo anniversario della sua sparizione e insieme ad Amnesty international Italia attorno alle 19,41 – ora in cui Giulio Regeni mandò il suo ultimo sms, sua ultima presenza viva, ultimo atto libero – in cento piazze si sono svolte fiaccolate e sit-in attorno a una candela in ricordo del suo «giallo», fatto però più di segreti di Stato e ambigue posizioni diplomatiche che di mistero.
Nel giorno del secondo anniversario della sparizione di Giulio al Cairo il procuratore Giuseppe Pignatone ha voluto, con una lunga lettera ai giornali, fare il punto, in modo pubblico, sulle indagini e sui rapporti con gli inquirenti egiziani. Rapporti di cui non nasconde, pur nella cooperazione al di là dell’assenza di trattati specifici, i problemi, dai tentativi di depistaggio iniziali su false piste come lo spionaggio di Regeni fino alla mancata condivisione dei dati grezzi dei tabulati telefonici. Due sono le «risultanze» che Pignatone mette in qualche modo agli atti, ribadendo che la magistratura inquirente, che deve risolvere il caso, resta quella cairota: il primo riguarda il movente del barbaro omicidio.
Giulio Regeni, chiarisce il magistrato italiano oltre ogni ragionevole o non ragionevole dubbio, è stato ucciso per le sue ricerche, che riguardavano – è bene ricordarlo – le lotte sindacali nell’Egitto di Al Sisi. «Il movente dell’omicidio va ricondotto esclusivamente alle attività di ricerca di Giulio – mette nero su bianco – ed è importante la ricostruzione dei motivi che lo hanno spinto ad andare al Cairo e l’individuazione delle persone con cui ha avuto contatti sia nel mondo accademico sia negli ambienti sindacali egiziani». Sottolinea come sia «emerso con chiarezza» che alcune delle persone che conobbe nel corso delle sue ricerche lo abbiano «tradito». Così pure appare acclarato che «apparati pubblici egiziani» avevano preso a sorvegliarlo nei mesi precedenti alla sparizione «con modalità sempre più stringenti».
Quanto agli accertamenti disposti dalla procura italiana a Cambridge, Pignatone dice solo che c’erano contraddizioni tra le dichiarazioni «acquisite in ambito universitario e quanto emerso dalla corrispondenza recuperata nel suo computer». I primi risultati del materiale sequestrato durante la perquisizione della tutor Maha Abdelrahman, «ad un primo esame sembrano utili», scrive Pignatone, ma lo studio non è ancora concluso.
Il caso non è chiuso e l’Italia intesa come Paese – lo dimostrano le cento piazze che hanno aderito alla campagna di Amnesty «per la verità su Giulio Regeni» e il palinsensto Rai scombussolato da banner e servizi speciali sulla giornata e sulla storia di Giulio – non intende lasciare che il tempo e la stanchezza del non avere risposte copra tutto con un manto di oblio e indifferenza. Quest’anno anche molte scuole e università hanno partecipato a questa palestra di memoria individuale e collettiva, con lettere, dibattiti (a Firenze e a Sassari) e borse di dottorato intitolate a Regeni (a Bologna e alla Federico II di Napoli). Mentre a Genova alla fiaccolata ha partecipato l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani.
Dalla politica molti i messaggi su di lui via twitter, tra cui quello telegrafico del premier Paolo Gentiloni che sottolinea: «L’impegno per la ricerca della verità continua». E quello della presidente della Camera e candidata di LeU Laura Boldrini, che condivide l’appello dei genitori sul fatto che già «due anni sono troppi» senza verità e giustizia.
FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO
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