A Riva di Chieri la rabbia dei 497 licenziati da Embraco

Gruppo Whirlpool. I lavoratori della Embraco in corteo dopo l’annuncio di chiusura della fabbrica. Proteste per il silenzio del governo sulla delocalizzazione

Maurizio Pagliassotti • 12/1/2018 • Lavoro, economia & finanza • 357 Viste

TORINO. «Noi stiamo con i lavoratori della Embraco»: queste le parole di uno striscione da qualche mese pende dalle finestre dell’oratorio di Riva presso Chieri. Il tessuto nel tempo è diventato grigio e lacero: è stato appeso quando la crisi della Embraco sembrava seria ma non tragica, e nessuno si aspettava l’esito brutale di questi giorni.
Ieri un lungo corteo, furente, è partito dal capannone prossimo alla dismissione ed è giunto nella piccola piazza barocca dove si affaccia il solitario lenzuolo che manifesta solidarietà alla comunità della Embraco. Cinque chilometri lungo la strada provinciale, in lento cammino attraverso i campi, sotto un sole spento e freddo.

Un serpentone rabbioso, composto dai lavoratori e dalle loro famiglie, che reagisce alla scelta unilaterale della proprietà. Giunti nel centro del piccolo paese alcuni operai hanno espresso il loro sgomento con parole molto dure: «Il governo ci deve aiutare, non vogliamo gli slogan di questi giorni i ministri parlano di «ottimi risultati per il lavoro». L’italia si deve prendere l’impegno di cambiare le leggi che regolano gli investimenti delle multinazionali, che non possono fare quello che vogliono. Qui ci sono intere famiglie che verranno buttate su lastrico, famiglie di nuovi poveri che hanno quaranta o cinquanta anni. Bambini, nuclei famigliari! Siamo i nuovi poveri? È questo il futuro dei lavoratori italiani? Dove troviamo un nuovo posto di lavoro? Moriremo di fame? È questa l’Italia che sta crescendo?».

Oggi a Torino sarà presente il presidente de consiglio, Paolo Gentiloni, che incontrerà una delegazione di lavoratori e i sindacalisti. Un incontro che si preannuncia teso, in virtù dei toni governativi di qualche giorno fa, inerenti i dati del lavoro prodotti dall’Istat giudicati lievemente fuori scala da chi un posto di lavoro vero, non un lavoretto, l’ha visto cancellato con un tratto di penna.

Federico Bellono, segretario generale della Fiom di Torino, inquadra la vicenda Embraco all’intorno della fase politica nazionale: «Siamo di fronte all’impotenza del sistema paese nel rapportarsi con i poteri economici, in modo particolare con le multinazionali, una bestia che si sta rivelando particolarmente feroce. Ora di fronte a questa fabbrica arriveranno in molti, dato che tra pochi mesi si voterà: a tutti, e in primis al governo che incontreremo, diciamo che di vaghi impegni verbali non ce ne facciamo nulla. Noi continueremo a rompere le scatole alla multinazionale, a creare solidarietà, a rendere difficile la vita a chi impone queste soluzioni brutali. Questa storia si conclude tra 75 giorni. Il governo può e deve muoversi per salvare questa fabbrica che non merita di essere chiusa».

Dure proteste si sono alzate dal corteo sugli aiuti elargiti da Finpiemonte, e non solo, alla Embraco negli anni passati. La borsa è stata tenuta aperta prettamente dalle passate amministrazioni di destra regionali. Nel 2004 la giunta guidata da Enzo Ghigo, Forza Italia, diede 7,7 milioni di euro, il governo Berlusconi 5 milioni e la provincia poco più cinquecentomila euro. Le ultime risorse sono state assegnate dal governo regionale di Roberto Cota nel 2014, non meno di due milioni sulla carta, assegnati solo per un terzo.

Nella «trattativa» in corso la giunta regionale in carica ha offerto il restante milione e mezzo di euro, rifiutato dalla proprietà. Lavoratori e lavoratrici ieri contestavano queste munifiche elargizioni, che si sono rivelati aiuti a chi nel momento della difficoltà, anche se non è chiaro di quali dimensioni, ha preferito chiudere per portare via la produzione. Che probabilmente verrà assegnata allo stabilimento di Spisska Nova Ves in Slovacchia, dove per altro i lavoratori avrebbero manifestato segnali di scontento per le condizioni lavorative.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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