L’ultimo complotto è sulle buste biodegradabili per la spesa

I nuovi shopper bio impazzano sui social. «Favoriscono un’amica di Renzi». Nel mirino la Novamont della scienziata Catia Bastioli

Antonio Sciotto • 4/1/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Diritti consumatori & utenti, Politica & Istituzioni, Stili di vita e di consumo • 758 Viste

Il Pd: «Fake news». Legambiente: «Misura necessaria contro l’inquinamento»

Trend topic sui social, la questione dei sacchetti biodegradabili è entrata a pieno diritto anche nella campagna elettorale, tra bufale e teorie del complotto. Rese obbligatorie in applicazione di una direttiva Ue a partire dal primo gennaio di quest’anno, costo medio 2 centesimi l’una, le nuove buste costeranno a ogni famiglia tra i 6 e i 12 euro all’anno. Secondo l’associazione consumatori Adoc infatti il consumo si aggira sulle 200 unità in media l’anno, per Gfk-Eurisko la cifra è più alta, intorno alle 400.

La «politicizzazione» della notizia si è scatenata in particolare grazie a una serie di bufale circolate prima su whatsapp e poi sui social: secondo queste informazioni il costo di ogni sacchetto per il consumatore è di 7 centesimi l’uno (dato chiaramente esagerato, se consideriamo che la Coop li mette a 1 cent, Simply a 2) e il governo avrebbe introdotto l’obbligo per «far guadagnare un’amica di Renzi». Nel mirino dei contestatori è finita la Novamont, azienda di Terni produttrice di sacchetti biodegradabili, la cui ad è Catia Bastioli, scienziata pluripremiata e inventrice del polimero Mater-Bi, derivato da sostanze vegetali e completamente biodegradabile.

Catia Bastioli è intervenuta in effetti a una Leopolda, nel 2011, va detto però che la Novamont non è l’unica produttrice di buste biodegradabili in Italia, né la sola azienda a commercializzarle. La Novamont si difende per bocca del responsabile progetti speciali, Andrea di Stefano: «C’è un numero molto consistente di imprese in Italia, anche tra Terni e Assisi, che hanno sviluppato una filiera e creato una leadership diventando esportatrici – spiega – Novamont è solo uno dei competitor di questo mercato, insieme ad altri colossi esteri», tra cui ad esempio la Basf. Oggi la capacità produttiva del gruppo – che conta circa 650 dipendenti, di cui 130 a Terni – è di 100 mila tonnellate annue.

Legambiente, associazione che negli ultimi anni si è battuta per superare l’uso della plastica a favore del biodegradabile, spiega che «da sempre i cittadini pagano in modo invisibile gli imballaggi che acquistano con i prodotti alimentari, solo che dal primo gennaio il prezzo è visibile e presente sullo scontrino».

Quanto alle accuse indirizzate verso la Novamont, Legambiente spiega che «in Italia si possono acquistare bioplastiche da almeno una decina di aziende», ma che il successo dell’impresa di Terni è meritato visto che «una volta tanto l’Italia ha una leadership mondiale sul tema, grazie a una società che è stata la prima 30 anni fa a investire in questo settore, e che negli ultimi 10 anni ha permesso di far riaprire impianti chiusi, riconvertendoli a filiere che producono biopolimeri innovativi che riducono l’inquinamento da plastica».

Nulla però vieta, conclude l’associazione ambientalista, di introdurre come alternativa i sacchetti monouso: «È un problema che si può superare semplicemente con una circolare ministeriale, che permetta in modo chiaro, a chi vende frutta e verdura, di far usare sacchetti riutilizzabili, come ad esempio le retine, pratica già in uso nel nord Europa».

E se Giorgia Meloni (Fdi) sostiene l’ipotesi di una «nuova tassa Pd», Matteo Renzi si difende spiegando che non si deve credere «all’ultimo complotto»: «Vorrei ricordare – dice il leader Pd – che in Italia ci sono circa 150 aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturali e non da petrolio. Hanno 4 mila dipendenti e circa 350 milioni di fatturato».

Per Stefano Vignaroli (M5S) è un bene che si sia posto il tema del rispetto dell’ambiente, ma «si dovrebbe puntare sulle buste riutilizzabili».

FONTE: Antonio Sciotto, IL MANIFESTO

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