I paradisi fiscali dell’Est europeo, minitasse da Sofia a Budapest

l’Ungheria si sta imponendo come il grande paradiso fiscale centro-orientale per le multinazionali

Federico Fubini • 12/2/2018 • Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 732 Viste

In Ungheria, il gruppo tedesco di elettronica di consumo Robert Bosch versa il 3,7% su un giro d’affari di 1,4 miliardi. La connazionale Audi paga precisamente zero per cento sui suoi 8,3 miliardi di euro di ricavi. E una controllata dell’americana General Electric su entrate per 9,1 miliardi di euro versa in tasse lo 0,0024% del suo reddito. In Bulgaria le prime dieci grandi imprese fatturano somme pari a un quarto del reddito nazionale e vi pagano imposte in apparenza dello 0,2%, ma in realtà molto di meno. In Repubblica Ceca Foxconn, il grande subfornitore taiwanese di Apple e altri gruppi tecnologici, paga il 6,98% su quasi cinque miliardi di ricavi.

Eppure non doveva andare così. Che sia il G20 delle prime economie del mondo, il Fmi o l’Unione Europea, è difficile che un vertice internazionale passi senza un impegno all’equità fiscale, alla solidità di bilancio o alla lotta alle diseguaglianze e all’elusione.

Poi però i ministri tornano nelle capitali e, silenziosamente, firmano decisioni che descrivono una verità opposta. Oggi la Ue somiglia sempre più a un club nel quale la concorrenza fiscale fra governi cede il passo a una sorda lotta a chi riesce a offrire i maggiori favori ritagliati su misura per poche grandi multinazionali, regolarmente a spese dei propri stessi cittadini e dei posti di lavoro negli altri Paesi dell’area.

L’elusione

Paradisi fiscali ormai non sono più quelli marchiati a fuoco come tali nei vertici del G20 o del Fmi: isole di Man o di Jersey e Guernsey, Andorra, San Marino o Liechtenstein. Questi sono micro-Stati sui quali è facile imporre un ravvedimento. Né la lista si esaurisce con Paesi più grandi come Olanda e Irlanda, che ritagliano per gruppi come Amazon, Apple o Google imperdibili trattamenti su misura. In anni recenti il fenomeno dell’elusione disegnata espressamente solo per i grandi gruppi sta assumendo dimensioni senza precedenti anche altrove nella Ue, soprattutto nei nuovi territori orientali. Dalla Bulgaria all’Ungheria, sta emergendo un nuovo modello di sviluppo imperniato su pochi ingredienti comuni: basse tasse ufficiali sulle imprese, che alla prova dei fatti i grandi gruppi esteri e quelli domestici vicini ai governi riescono silenziosamente ad eludere comunque; in contropartita, le popolazioni sopportano un carico fiscale schiacciante nell’imposta sui consumi, mentre negli ultimi anni i salari hanno iniziato a diminuire in proporzione a quelli tedeschi.

Nasce da qui l’impressione — ancora da provare — che proprio i risparmi fiscali realizzati in Europa centro-orientale contribuiscano a far sì che alcune grandi aziende tedesche di possano remunerare meglio i propri dipendenti in Germania: si tratterebbe di un sussidio deciso dai governi di Budapest o Praga a spese dei propri cittadini e a favore dell’economia più forte della Ue.

Il quadro dei nuovi paradisi d’Europa centro-orientale si profila in un recente rapporto di Finance Uncovered, un’organizzazione non governativa indipendente. Tutto nasce quando Dimitar Sabev, un attivista per l’equità fiscale in Bulgaria, ha mostrato in un’analisi sui bilanci il trattamento stupefacente dei primi dieci gruppi nel suo Paese: non solo pagano un’aliquota dello 0,2% su ricavi aggregati pari a 11 miliardi di euro nel 2015, ma riescono a risultare creditori netti dello Stato; la Bulgaria paga tasse a loro e non loro alla Bulgaria.

Finance Uncovered ha allargato l’inchiesta alla propria rete di esperti in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Lettonia. Ne sono emerso un po’ ovunque sistemi simili, con alcuni casi estremi.

Il caso ungherese

Il più evidente è l’Ungheria. Destinataria di fondi europei per il 2,5% del suo reddito ogni anno, «democrazia illiberale» in mano al premier Viktor Orban, a lungo protetta da Berlino dal rischio di un deferimento per aver violato i valori fondamentali della Ue, l’Ungheria si sta imponendo come il grande paradiso fiscale centro-orientale per le multinazionali. Nel 2015 un reticolo di deduzioni, detrazioni e trasferimenti di profitti ha permesso a gruppi come General Electric, Audi, Mercedes Benz, Bosch, Flextronics di Singapore e (in misura minore) la sudcoreana Samsung di pagare aliquote risibili. Mercedes ha versato l’1,63% su 3,4 miliardi di ricavi. E nel complesso i prelievi sulle imprese pesano per appena il 4,7% del gettito: il grosso grava sulle spalle dei cittadini come imposta sul valore aggiunto. La Polonia non è molto diversa: l’imposta sulle società frutta appena il 5,3% delle entrate dello Stato, la metà delle medie internazionali.

Intanto uno strano fenomeno ha iniziato a prendere forma: la rincorsa dei redditi verso i livelli tedeschi si è interrotta e i ritardi a Est hanno ripreso ad crescere. Nel 2010 il salario lordo in Ungheria valeva in media il 29,7% di quello tedesco, nel 2015 il 25,1%. Sarebbe un’ironia se i contribuenti di uno dei Paesi più poveri e oppressi d’Europa dovessero sussidiare i lavoratori della democrazia più forte e dell’economia più ricca.

FONTE: Federico Fubini, CORRIERE DELLA SERA

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