La sanità diseguale, speranza di vita più bassa al Sud

La ricerca. Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’università Cattolica sulle diseguaglianze pesano anche istruzione e residenza al Nord e al Sud

Roberto Ciccarelli • 20/2/2018 • Salute & Politiche sanitarie, Studi, Rapporti & Statistiche • 429 Viste

Quello della sanità italiana è un universalismo selettivo. Il sistema nazionale funziona, nonostante lo storico e cronico sottofinanziamento, ma via via le cure sono sempre meno omogenee e la qualità dell’assistenza è diffusa a macchia di leopardo se considerata a livello nazionale. Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute, un progetto dell’Università Cattolica di Roma, la salute non è uguale per tutti se si confronta la situazione in Campania con quella della provincia autonoma di Trento. A Napoli gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; a Trento i primi sopravvivono 81,6 anni, le seconde 86,3. Le diseguaglianze si diffondono su piani diversi: quello tradizionale tra Nord e sud, quello infra-regionale tra città e provincia (anche a causa della ristrutturazione imposta dalle regioni sugli ospedali e i presidi medici) e tra metropoli e le altre città. Nel dettaglio, il dato sulla sopravvivenza mette in luce l’enorme svantaggio delle province di Caserta e Napoli che hanno una speranza di vita di oltre 2 anni inferiore a quella media nazionale, seguite da Caltanissetta e Siracusa che palesano uno svantaggio di sopravvivenza di 1,6 e 1,4 anni rispettivamente. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne. «Il Servizio sanitario nazionale – sostiene Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio – oltre che tutelare la salute, nasce con l’obiettivo di superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese. Ma su questo fronte i dati testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche. Troppe e troppo marcate le differenze regionali e sociali, sia per quanto riguarda l’aspettativa di vita sia per la presenza di malattie croniche».

Altra decisiva diseguaglianza è quella rivelata dal rapporto tra lo stato di salute e il grado di istruzione. Secondo l’Osservatorio si vive più a lungo a seconda del livello di istruzione raggiunto. La speranza di vita è più bassa al Sud tra chi non raggiunge la laurea. Prendiamo Firenze dove si vive di più, oltre tre anni rispetto a Napoli e a Caserta. In Italia, un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede almeno una laurea; tra le donne il divario è minore, ma pur sempre significativo: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate. In questo schema che divide il paese secondo molteplici linee di frattura esistono due eccezioni. Abruzzo e Puglia possiedono un sistema sanitario più vicino a quello delle regioni del Nord rispetto a quelle del centro-sud. Tra le provincie, quella di Bari ha una speranza di vita più elevata della media nazionale.

La distribuzione della ricchezza, il grado di istruzione hanno, a loro volta, un impatto sugli stili di vita. Secondo l’Osservatorio il fumo, l’obesità, la sedentarietà incidono più a Sud, soprattutto tra chi ha saperi e una condizione socio-economica più bassa. Questa combinazione di elementi incide sulla rinuncia alle cure, un tema sul quale si parla molto da almeno un paio d’anni. Al Sud e nelle Isole la popolazione che ha rinunciato ad almeno una visita medica ha raggiunto picchi del 10,4 per cento a fronte di una media nazionale inferiore. La rinuncia per motivi economici tra le persone con livello di studio basso è pari al 69%, mentre tra i laureati tale quota si ferma al 34 per cento. La difficoltà di accesso alle cure sanitarie è un problema particolarmente grave perché impatta molto sulla capacità di prevenire la malattia, o sulla tempestività della sua diagnosi.

Molto spesso le soluzioni a questa situazione volgono tutte verso i fondi sanitari privati. Ma qui si denuncia un rischio, probabile in realtà: questi fondi potrebbero accrescere le diseguaglianze prodotte dal sotto-finanziamento del sistema pubblico. Cosa fare, allora? «È auspicabile rivedere i criteri di esenzione dalla compartecipazione alla spesa sanitaria e di accesso alle cure e intensificare gli sforzi per combattere l’elevata evasione fiscale» suggerisce l’Osservatorio.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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