Crisi aziendali ed elezioni. Calenda fece scena muta con Kflex e Alstom

Le multinazionali stanno semplicemente sfruttando ciò che consente loro il Jobs act. La riforma ha abolito la Cigs per cessazione e tagliato gli ammortizzatori. Il ministro dovrebbe prendersela con Renzi&Co

Massimo Franchi • 20/2/2018 • Lavoro, economia & finanza • 642 Viste

Nessuno mette in dubbio la buona fede di Carlo Calenda. Nemmeno quando a favore di telecamera, da consumato attore (fu Enrico Bottini nella trasposizione televisiva del Cuore di De Amicis diretto dal nonno Luigi Comencini), definisce «gentagl… questa gente» i dirigenti di Embraco. Spiace però che il ministro dello Sviluppo economico si accorga del poco rispetto «della responsabilità sociale delle imprese» solo ora. In piena campagna elettorale. Nella quale, pur non essendo candidato, è il totem di Pd e alleati e il più accreditato come premier «riserva della repubblica» in caso di stallo.
In altri due casi identici a quello della Embraco – due multinazionali che hanno deciso di licenziare i lavoratori, rifiutando la richiesta di ammortizzatori sociali – la sua voce non si è sentita.
Si tratta della K Flex, multinazionale brianzola leader in isolanti termici e acustici, che a maggio ha chiuso la fabbrica di Roncello e messo alla porta 187 lavoratori per spostare la produzione in Polonia. E della General Electric che col marchio Alstom Power Italia ha licenziato 140 lavoratori a Sesto San Giovanni.
Le parole di Calenda a questi lavoratori suoneranno particolarmente beffarde. E a poco servirà il viaggio di oggi a Bruxelles per incontrare la commissaria alla concorrenza Margaret Vestager. Un ministro di un governo dimissionario non può fare la voce grossa in Europa.
Gli strali di Calenda andrebbero poi rivolti ugualmente anche verso chi ha pensato e scritto il Jobs act. Embraco (come K Flex e Alstom Power) infatti hanno detto «No» alla richiesta di chiedere la cassa integrazione non per cattiveria ma per semplice calcolo economico. La riforma del lavoro voluta da Renzi (e appoggiata da Calenda) ha reso per le imprese più conveniente licenziare rispetto a chiedere gli ammortizzatori sociali e ha cancellato la cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. Concederla in questi casi – «per garantire una continuità occupazionale mentre si approfondiscono gli interessi degli imprenditori per una re-industrializzazione», Calenda dixit – alle aziende costa: il Jobs act ha introdotto un «contributo addizionale» che va dal 9 al 15 per cento «della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore». Molto meno costoso proporre il part time fino alla chiusura definitiva, come ha fatto Embraco.
In più anche i lavoratori sarebbero stati più garantiti sia prima che dopo il licenziamento: prima del Jobs act la cassa integrazione per cessazione era di 12 mesi rinnovabili (totale due anni); dopo il licenziamento un 50enne aveva diritto a 3 anni di mobilità. Ora ha diritto a soli due anni di Naspi.
Insomma, la «gentaglia» contro cui si dovrebbe scagliare Calenda sono Renzi e i suoi economisti.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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