Afrin sotto attacco resiste e smentisce Erdogan: «Stiamo fermando i turchi»

Siria. Reportage dal cantone curdo-siriano, sotto attacco dal 20 gennaio scorso. Raid su ospedali, case, convogli e forni per il pane

Jacopo Bindi • 27/2/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi • 613 Viste

L’embargo impedisce il rifornimento di medicinali. Ma la popolazione si mobilita

AFRIN (SIRIA). La resistenza di Afrin contro l’invasione turca e jihadista dura da trentasei giorni. Contraddicendo le iniziali dichiarazioni di veloce e sicura vittoria, il presidente turco Erdogan ha ammesso che non è possibile dire quando l’operazione «Ramo d’ulivo» si concluderà.

Le televisioni vicine alla resistenza ripercorrono le dichiarazioni strillate dalla stampa turca sulla rapidità con cui Afrin sarebbe caduta: «tre ore», «tre giorni», «una settimana», «non lo sappiamo».

UNA FONTE DI IRONIA al fronte, nelle strade e le case del cantone, luoghi di una resistenza popolare che, di fatto, è già vittoriosa. Le mobilitazioni popolari sono senza sosta ed è idea comune che la Turchia stia cercando di spaventare la popolazione per farle abbandonare la battaglia.

Proprio il popolo di Afrin, sfidando i bombardamenti con le manifestazioni e rimanendo a vivere nei propri villaggi, sta mettendo in difficoltà la strategia militare dell’esercito turco basata sulla supremazia tecnologica.

Il 13 febbraio le donne di Afrin hanno manifestato in migliaia contro l’aggressione turca, islamista e salafita. Durante il concentramento delle manifestanti, a poche centinaia di metri, i mortai dell’esercito turco hanno colpito la strada adiacente l’ospedale: due morti e tre feriti, tutti civili. Il 15 febbraio, anniversario dell’arresto del leader del Pkk Abdullah Öcalan, migliaia di persone hanno marciato a Cindirese, a pochi chilometri dal fronte e particolarmente colpita dai bombardamenti.

ARIN, GIOVANE di Cindirese e calciatrice nella squadra di Afrin, indica la caviglia fasciata: «Mi sono ferita quando hanno bombardato la mia casa. Ora è distrutta. Loro sono mie vicine, anche casa loro è stata colpita», dice indicando due ragazze che erano con lei.

Durante la manifestazione l’esercito turco bombardava i villaggi a poca distanza e alcune granate di mortaio sono arrivate sul centro città. Il 19 febbraio il popolo di Afrin ha accolto una carovana di 700 persone proveniente da Aleppo. Di nuovo i colpi dell’artiglieria turca hanno raggiunto la città a breve distanza dai manifestanti.

NELLA NOTTE tra il 22 e il 23 febbraio un convoglio civile proveniente dal cantone di Cizire e dalla regione dell’Eufrate è stato colpito dai bombardamenti turchi lungo la strada.

Una persona è morta e 14 sono state ferite. Ararat, mediattivista di Qamishlo, racconta di essersi trovato in uno dei mezzi rimasti bloccati in un villaggio: «Hanno colpito la prima macchina. Allora ci siamo fermati e siamo andati vicino a un muro per proteggerci. Una granata è arrivata a pochi metri da me. Mi sono buttato a terra, ho sentito l’onda d’urto e le schegge hanno perforato i muri delle case».

Heife, arrivata da Shingal, si trovava in un altro tratto del convoglio: «Noi, invece, abbiamo dovuto correre tra gli uliveti per raggiungere un posto sicuro nel villaggio successivo. C’erano esplosioni tutto intorno a noi, ci dovevamo buttare a terra per non essere colpiti». Mentre parla i suoi occhi diventavano lucidi. Non è stato un caso. L’esercito turco si è dovuto giustificare dicendo che si trattava di un convoglio militare, una versione contraddetta dai fatti, documentati dalle immagini delle vetture civili distrutte pubblicate il giorno successivo.

IL NUMERO DI VITTIME civili aumenta ogni giorno e i bombardamenti turchi stanno colpendo strutture civili: scuole, forni del pane, siti archeologici e stazioni di pompaggio dell’acqua. Come la diga di Medanki, l’impianto di purificazione di Metina e la stazione di pompaggio di Cindirese, lasciando senz’acqua 5mila famiglie. La situazione è resa ancora più drammatica dalla carenza di medicinali e forniture mediche dovuta all’embargo in cui il cantone di Afrin è costretto ormai da lungo tempo.

Il 16 febbraio l’esercito turco ha usato armi non convenzionali sul villaggio di Aranda, nella regione di Syve. Almeno sei civili risultano intossicati. Il direttore dell’ospedale di Afrin, Xelil Sabri, durante una conferenza stampa ha dichiarato che i risultati delle analisi confermano che quello utilizzato fosse gas di cloro.

EPPURE LA COMUNITÀ internazionale è rimasta silenziosa. Zhara, curda di religione cristiana, commenta: «Questo dimostra che Erdogan è una persona senza umanità , ma non è la prima volta che questo tipo di armi viene usato contro i curdi». Siar, di Afrin, si chiede: «Perché il papa ha incontrato Erdogan e gli ha regalato una medaglia che simboleggia la pace? Le azioni di Erdogan sono contro i principi cristiani. Ho l’impressione che il papa non abbia agito da guida spirituale, ma da politico».

Nel frattempo è stato annunciato l’accordo militare tra Ypg e regime di Damasco per difendere i confini del cantone, nel quale sono arrivati un centinaio di uomini di una milizia popolare legata all’esercito siriano. Il potere politico rimane in mano alle istituzioni del cantone, spiega Zilan, del movimento delle donne: «Il regime vuole che cediamo il controllo del cantone, ma per noi è fuori discussione».

Il 22 febbraio nella piazza centrale di Afrin si sono raccolte un migliaio di persone che osservavano incuriosite gli uomini della milizia del regime scandire lo slogan «Uno, uno, uno, il popolo della Siria è uno!» da due pick-up e un centinaio di persone che reggevano bandiere dello Stato siriano e cartelli con le foto di Assad mentre ascoltavano un comizio in arabo.

Hamer, del movimento dei giovani, spiega: «Hanno chiesto di poter fare questo comizio per dire che ora la guerra è dello Stato siriano contro quello turco. Però poi non stanno in città ma al fronte».

DOPO QUESTO EVENTO nessuna forza del regime è visibile nelle città e nemmeno le bandiere dello Stato siriano; in questa fase quello che interessa alla popolazione è fermare i bombardamenti aerei. Al momento questo accordo sembra più che altro simbolico, tant’è che fino alla stesura di questo articolo gli aerei da guerra turchi colpivano incessantemente il cantone di Afrin.

FONTE: Jacopo Bindi, IL MANIFESTO

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