Al supermarket AmazonGo col braccialetto

Nel primo supermercato AmazonGo, aperto il 21 gennaio scorso a Seattle, il cliente entra identificato dal suo codice QR, prende quello che vuole ed esce senza passare dalla cassa

Massimo Gaggi • 5/2/2018 • Diritti consumatori & utenti, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 401 Viste

Nel primo supermercato AmazonGo, aperto il 21 gennaio scorso a Seattle, il cliente entra identificato dal suo codice QR, prende quello che vuole ed esce senza passare dalla cassa.

Sensori e immagini registrano i prelievi dagli scaffali e l’addebito è automatico. Chi ha fatto la spesa lì sostiene di aver visto solo due dipendenti: uno dà il benvenuto all’ingresso, l’altro controlla i documenti di chi compra alcolici (vietati, negli Usa, ai minori di 21 anni).

Amazon che reinventa il negozio spaventa tutto il mondo della distribuzione. E c’è chi vede problemi di privacy e sfruttamento dei dati personali degli utenti, mentre altri temono la scomparsa di nuove categorie di lavoratori. Ma l’automazione ha anche i suoi vantaggi e, comunque, appare inarrestabile. I tecnici di Amazon hanno un solo cruccio, confessato al sito specializzato Geekwire: AmazonGo comporta «un lavoro computazionale intenso e costoso». La nuova tecnologia del braccialetto a ultrasuoni appena brevettato dalla società di Jeff Bezos, aggiungono, è più semplice e ha vantaggi rispetto a quella di computer vision appena introdotta a Seattle.

Insomma non è escluso che la tecnologia del braccialetto che guida la mano del magazziniere — giustamente criticata nei giorni scorsi in Italia con parole di condanna severa venute persino del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e della presidente della Camera, Laura Boldrini — la useremo un giorno anche noi andando a fare la spesa. In modo più o meno consapevole, magari sedotti da una versione raffinata e trasformata in bracciale virtuale.

Giusto mettere sotto accusa una tecnologia che, se applicata, sarebbe in contrasto con le regole e la dignità del lavoro come l’abbiamo concepita finora in Italia. Ma forse, più che reagire in modo improvviso e accaldato quando viene approvato un brevetto (la tecnologia è stata presentata da Amazon nel 2006 e una discussione sulle sue implicazioni c’è già stata nell’autunno scorso, quando l’authority Usa ha avviato l’esame del caso) dovremmo occuparci un po’ di più, anche a livello politico, del vero problema sottostante: la tecnologia sta cambiando inesorabilmente il lavoro e in futuro, anche se la cosa non ci piace per niente, l’integrazione tra uomo e macchina sarà l’unica alternativa alla disoccupazione tecnologica di massa.

È quello che ci spiega ogni tecnottimista quando viene espresso il timore che il meccanismo di sviluppi degli ultimi secoli — nuove tecnologie che demolivano vecchi lavori ma ne creavano anche altri, a livello più elevato, in nuovi settori — si sia inceppato perché l’intelligenza artificiale, invadendo anche l’area cognitiva, imparerà a fare tutto o quasi. Invariabilmente la risposta è che l’uomo non verrà sostituito dalla macchina ma si integrerà con lei. Il problema è come: la gamma è infinita e va dalla risonanza magnetica che consente al medico di diagnosticare un male che altrimenti non avrebbe scoperto, al microchip impiantato nel cervello ipotizzato da Elon Musk per tenere testa a un’intelligenza artificiale che potrebbe tentare di prendere il sopravvento sull’uomo.

La battuta sul bracciale della leader della Cgil, Susanna Camusso («mettono anche la palla al piede?») è efficace, a patto che dietro non ci sia l’incapacità di confrontarsi con una realtà in continua evoluzione. I tecnici di Amazon difendono il braccialetto: il suo impiego ridurrebbe la fatica del lavoratore che, grazie al leggero impulso sul polso, non dovrebbe più scannerizzare gli oggetti né tenere gli occhi fissi sul computer.

Probabilmente è la visione idilliaca di ingegneri relativamente poco preoccupati degli aspetti umani e psicologici del lavoro nei centri di smistamento di Amazon. Alcuni ex dipendenti di questi depositi in Gran Bretagna hanno raccontato al New York Times : «Dopo qualche anno lì ci sentivamo una versione dei robot coi quali lavoravamo».

Giusto, quindi, porci il problema dei limiti etici dell’automazione sia dal punto di vista della dignità della persona che da quello della tutela dei suoi dati. Evitando, però, di ragionare con schemi ormai superati: dobbiamo tenere testa a una tecnologia profondamente cambiata e che continua a evolvere a grande velocità. In passato negli uffici sono state combattute battaglie contro i tornelli che registrano elettronicamente ingressi e uscite. Nei giornali, quando arrivarono le prime banche dati, si chiese di bloccare la capacità del computer di elencare il numero di articoli pubblicati in un anno da un singolo redattore.

A ripensarci ora, sembrano storie dei tempi delle diligenze. Ma era solo ieri. E oggi non ce la dobbiamo vedere solo con telecamere e sensori di movimento già diffusi in molti uffici e con qualche azienda che propone ai suoi dipendenti l’applicazione di un chip sottocutaneo. È già al lavoro anche una nuova famiglia di aziende specializzate nell’uso dell’intelligenza artificiale per il controllo delle attività interne degli uffici. Come la britannica Status Today. Le cui innovazioni nella sorveglianza sono talmente sofisticate da aver attirato l’attenzione, e il sostegno, del GCHQ, la torre di controllo dei servizi segreti inglesi.

FONTE: Massimo Gaggi, CORRIERE DELLA SERA

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