A dieci mesi dal Congresso si profila la nuova Cgil: niente partiti, né steccati

Verso il dopo Camusso. A Confindustria: «Trovare il modo per aumentare i salari oltre la produttività»

Massimo Franchi • 1/2/2018 • Sindacato • 1720 Viste

A chi volesse capire dove va la Cgil ad un mese dalle elezioni e a dieci dal congresso che dovrà eleggere il suo nuovo segretario generale, la due giorni di conferenza di programma chiusa ieri pomeriggio al teatro dal Verme di Milano non ha certo chiarito le idee. Tutt’altro. La cosa però ha paradossalmente un valore positivo perché «la più grande organizzazione sociale rimasta in Italia» con i suoi 6 milioni di iscritti e «in recupero di credibilità» ora discute apertamente di tutto, senza appartenenze e dogmi: una situazione che può portare ad un avanzamento fondamentale per il maggior sindacale italiano.

IL DIBATTITO (molto) interno di ieri ha confermato plasticamente la sensazione di steccati abbattuti negli schemi che contrapponevano riformisti e radicali, rendono la successione a Susanna Camusso – che a novembre arriverà ai fatidici otto anni di mandato – totalmente indecifrabile. Una incertezza acuita dalla decisione condivisa di non far parlare nessuno degli otto segretari confederali compresi Vincenzo Colla, Franco Martini e Maurizio Landini, papabili per la successione. E con Serena Sorrentino, leader dei pubblici, che ha fatto un intervento molto di merito senza valenza confederale.

D’ALTRO CANTO la scelta di non invitare nessun politico o ministro alla conferenza – nel 2013 la presentazione del Piano del lavoro fu fatta applaudendo Bersani a poche settimane dalle elezioni – conferma la volontà di sganciarsi dai partiti, nonostante il rapporto privilegiato di buona parte dei dirigenti con Leu.

L’IDEA DI DEDICARSI in modo totale al merito – la contrattazione dell’innovazione e il dibattito sulla trattativa sul nuovo sistema contrattuale con Confindustria – ha permesso di far emergere un dibattito mai così franco.

L’INTERVENTO più significativo da questo punto di vista è stato quello dell’azionista di maggioranza della confederazione: il segretario dei pensionati dello Spi Ivan Pedretti. L’ex metalmeccanico del nord est ha lanciato il sasso sul welfare aziendale:«“C’è necessità di riaprire una vertenza nazionale sui salari, gli aumenti devono essere diretti, non welfare: decida il lavoratore come spenderli», criticando indirettamente gli ultimi contratti nazionali rinnovati. Ma è passando all’organizzazione che il segretario dello Spi ha delineato una nuova Cgil: «Sta avanzando un’idea corporativa, serve una nuova confederalità nei luoghi di lavoro e nei territori», arrivando a proporre – riecheggiando Trentin – «una Cgil a rete» con «una leadership collettiva, non soggettiva» e rilanciando «un percorso verso il sindacato unitario, cominciando da noi».

SUL FRONTE TRATTATIVA con Confindustria dopo l’intervento apprezzatissimo anche per le gag comiche («Brunetta mi ha minacciato: mi ha detto che tornerà», «quando Salvini troverà gli 80 miliardi per cancellare la Fornero mi chiami») di Carmelo Barbagallo che ha confermato di «non aver alcun interesse a fare un accordo separato» ma ha spronando «a farlo» in tempo breve, Susanna Camusso nelle conclusioni ha esplicitato il vero problema: «O c’è un modo di aumentare i salari oltre la produttività o continueranno ad essere poco dignitosi per molti lavoratori: è esattamente il pezzo che deve fare Confindustria».

LA FRANCHEZZA non è mancata neanche al segretario uscente. Che si è tolta più di un sassolino proprio sul tema del welfare aziendale sostitutivo degli aumenti salariali: «Dobbiamo essere coerenti -ha detto Camusso – dicemmo che era sbagliato e non firmammo l’accordo sulla detassazione del welfare e dobbiamo discuterne con i lavoratori ricordando loro che con il welfare al posto del salario perdono contributi previdenziali e sanità pubblica». Da qui è partita per richiamare tutta l’organizzazione ad una «battaglia etica e valoriale» con una tripla valenza: «smetterla di distinguere il nostro punto di vista da consumatori rispetto alla condizione dei lavoratori» («chiedere che non si lavori la domenica e poi fare la spesa con l’e-commerce»), «arrivare alla tracciabilità non solo dei prodotti ma anche del lavoro riempiendo i vuoti di rappresentanza parlando con tutti i lavoratori» e «rispondere al razzismo montante e ai rigurgiti di fascismo con una campagna di iscrizione all’Anpi».

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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