Macerata spaccata, svela l’intolleranza «Non si spara così poteva piglia’ qualcuno»

L’idea surreale che, non essendoci bianchi feriti, a Macerata sia andata pure bene sgorga naturale

Goffredo Buccini • 5/2/2018 • Immigrati & Rifugiati, Osservatorio razzismo & discriminazioni • 574 Viste

Macerata. «Ecché, se spara così? Poteva piglia’ qualcuno!». Uomini e no, l’allucinato nazista Luca Traini ha tracciato un solco nelle anime di Macerata. Dunque Stefano, il salumiere storico di corso Cairoli, sospira severo ma in fondo sollevato nella bottega davanti alla quale sono fischiate le pallottole sabato mattina. Così, come pallottole involontarie, fischiano adesso gli spropositi, in quest’Italia che ha perso misericordia e misura, e dove in fondo Gideon e Mahmadou, Kofi e Festus, Omar e Jennifer sono nessuno: invisibili e senza identità perfino nelle corsie d’ospedale dove il raid suprematista di Traini li ha ridotti a vittime innocenti.

L’idea surreale che, non essendoci bianchi feriti, sia andata pure bene sgorga naturale, persino senza cattiveria, dalle crepe di questa città spaccata nel profondo, stravolta da un’immigrazione inattesa e d’un tratto ostile quando le giostre dei bambini di piazza Diaz sono diventate sedili per spacciatori nigeriani come Innocent Oseghale, accusato di avere fatto scempio della giovane Pamela Mastropietro.

Tutto si mischia. I traumi del terremoto e della disoccupazione con un modello d’integrazione che perde pezzi e, letteralmente, rifugiati: Innocent, cacciato dai circuiti Sprar di seconda accoglienza, viveva di traffici ai bordi della comunità, come tanti. Invisibile pure lui, ma coi suoi demoni appollaiati addosso, in fondo l’altra faccia del vendicatore nazista. Tutto qui divide due mondi che insistono negli stessi posti ma in una dimensione spazio-temporale diversa, «non luoghi» per i migranti, giardinetti o piazze d’una tranquilla quotidianità perduta per i maceratesi.

Sicché Macerata diventa uno dei pochi palcoscenici dove lo scontro si semplifica (perfino Erdogan se ne occupa sbarcando a Roma), sfondo dell’orrenda campagna elettorale italiana e di due sconsigliabili manifestazioni che potrebbero aver luogo domani, per ora solo sussurrate e temute, una di Forza Nuova e l’altra dei centri sociali. Romano Carancini, sindaco pd, sbotta: «Spero proprio che non si autorizzi nessuna delle due! Noi abbiamo bisogno di silenzio». Non ci sta il sindaco, quando gli si parla della vasta area di «non condanna» di cui Traini sta godendo in città: «Vi sbagliate. Non nego ci sia un’area, vasta, sì, di disagio per certe situazioni. Io stesso sono tollerante ma provo fastidio quando vedo questi qui spacciare e anche quando li vedo chiedere l’elemosina. Però noi siamo una città premiata per la nostra apertura. Certo, questa visione percepita ha spostato in avanti il livello di intolleranza, poi la morte di Pamela ha fatto il resto. Chi era borderline , fascista o nazista, ha sconfinato, anche per colpa di certi slogan politici. Però…», lunga pausa, «… però l’accoglienza deve cambiare: i migranti che escono dalle misure di protezione, perché non hanno titolo o commettono reati, non possono stare liberi nella nostra comunità, vanno mandati in un luogo confinato».

Se Macerata è una vistosa metafora dell’Italia, via Spalato in questa domenica mattina ne è il laboratorio. In pochi metri c’è la sede del Pd che pure ha subito i colpi di Traini (una pallottola ha bucato la porta a vetri di ingresso), la casa dove Innocent Oseghale ha scaricato la sua infamia contro Pamela e un appartamento affittato dal circuito Sprar con quattro o cinque ragazzi neri ragionevolmente preoccupati. Il ministro Martina viene in visita al Pd, una mezza dozzina di giovanotti di Forza Nuova infagottati nei bomber neri vengono torvi a solidarizzare con Traini incarcerato. Il tassista che ci accompagna ridacchia: «Oh, giornatona, dopo vent’anni non vedo nessuno chiedere l’elemosina in strada!». Un cordone di polizia sta lì a raffreddare gli animi.

Ma la pensionata del civico 124 non si lascia raffreddare. Era vicina di casa di Innocent, e sbraita: «Basta, tutti via, abbiamo la bava alla bocca! Io devo vivere con le tapparelle abbassate giorno e notte».

C’è questo senso di cattive notizie in arrivo pure alla mensa della Caritas. Tra i giovani africani che sabato si sono barricati qua dentro e che ancora non se la sentono di uscire. Frank, 25 anni, ghanese, mormora che due ragazzi italiani l’hanno salvato, «mi hanno detto che c’era uno che sparava a noi neri e m’hanno fatto stendere a terra». Mustafà, 22 anni, senegalese, dice che «manco in Africa» ha visto una cosa così: «Può succedere ancora».

Paolo Bernabucci, presidente di «Gus», la ong che gestisce buona parte dell’accoglienza maceratese sorride mesto: «Sì, sono diventato l’uomo nero». Ha ricevuto minacce di morte, dice. Sostiene che l’invasione dei migranti sia un’invenzione della propaganda e di qualche giornale in malafede. Lo ripetono tutti in piazza Diaz, al sit-in del pomeriggio, tra striscioni e slogan antirazzisti: l’altra Macerata. Lo ripetono tutti tranne Abigail, figlia di uno dei capi della comunità nigeriana, giovane avvocata che qui ha fatto scuole e università: «Non vorrei dirlo ma certa gente un minimo di ragione ce l’ha. Possiamo non chiamarla così, ma l’invasione c’è stata, eccome…».

FONTE: Goffredo Buccini,  CORRIERE DELLA SERA

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