Solo in campagna elettorale il ministero del Lavoro si accorge dei «contratti pirata»

Circolare del Ministero. In extremis si chiede agli ispettori del lavoro di sanzionare le imprese che li applicano

Massimo Franchi • 2/2/2018 • Lavoro, economia & finanza • 616 Viste

Niente si è fatto per 5 anni mentre il numero è aumentato del 60 per cento peggiorando le condizioni di centinaia di migliaia di dipendenti

Coi buoi già da tempo scappati, il ministero del Lavoro ad un mese dalle elezioni si accorge del problema «contratti pirata». Dopo non aver mosso un dito per evitare i casi eclatanti come Castelfrigo – l’azienda che ha usato coop spurie per taglieggiare i diritti dei lavoratori – così come i casi di interi settori come pulizie e sanità privata in cui associazioni di impresa hanno sottoscritto contratti con sindacati sconosciuti per abbassare salari e diritti di centinaia di migliaia di persone, il 25 gennaio il capo dell’Ispettorato del ministero del Lavoro Paolo Pennesi «sotto impulso della politica» ha preso carta e penna per chiedere a tutti gli ispettori «specifiche azioni di vigilanza». L’oggetto della Circolare 3/2018 è proprio «la mancata applicazione dei contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale – attività di vigilanza».

La patata bollente del rispetto dei contratti viene quindi passata nelle mani dei già disastrati ispettori del lavoro alle prese con la riunificazione fra Inps, Inail e ministero voluta dal Jobs act a costo zero. Sono pochi (circa 4.500 rispetto ai 6.300 dipendenti del nuovo Ispettorato nazionale del lavoro) e non hanno neanche i soldi per la benzina, ma da qualche giorno oltre a dover combattere per la sicurezza sui luoghi di lavoro devono far applicare le leggi disattese dal ministero stesso.

Dal 2012 i contratti nazionali sono aumentati del 60 per cento, passando da 549 a 868. Il dato è del Cnel che conferma come solo il 33 per cento è firmato dalla Cgil, Cisl e Uil. Confindustria da parte sua ne firma solo il 14 per cento, a conferma della sfarinatura della rappresentanza tra le imprese. Con picchi spaventosi in settori come il commercio: 192 contratti di cui solo 23 firmati dai confederali. Oppure il caso recente (aprile 2017) delle cooperative socio-sanitarie sull’assistenza residenziale agli anziani.

Nella circolare Pennesi parla di «segnalazioni pervenute a questo ufficio» e poi ribadisce la normativa vigente: «l’ordinamento riserva l’applicazione di determinate discipline (ad esempio la deroga ai minimi salariali, ad orari e straordinario, a permessi e ferie, ndr) alla sottoscrizione di contratti collettivi dotati del requisito della maggiore rappresentatività». Se manca questo requisito «si dovrà considerarli come del tutto inefficaci, adottando i conseguenti provvedimenti: recuperi contributivi, diffide accertative».

Solo alla fine la circolare prospetta una sanzione forte: «ciò potrà comportare la mancata applicazione degli istituti di flessibilità previsti» dal Jobs act e, «a seconda delle ipotesi, la trasformazione del rapporto di lavoro in contratto a tempo indeterminato». Una misura che suona quasi come una promessa elettorale. Che, come tale, non sarà mantenuta.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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