Intervista a Haluk Gerger. La Turchia prigioniera del Reis Erdogan

Intervista a cura di Orsola Casagrande, dal 15° Rapporto sui diritti globali

Orsola Casagrande, 15° Rapporto sui diritti globali • 2/3/2018 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2017 • 455 Viste

Nel Medio Oriente protagonisti senza Stato come sono i kurdi si vedono inevitabilmente trascinati dentro controversie e rivalità imperialiste e di potere inter-Stati. È inevitabile, ma è anche confuso e rischioso. Haluk Gerger, analista politico, tra i fondatori dell’Associazione per i Diritti Umani, più volte imprigionato in Turchia per il suo impegno sulla questione kurda, dice che i kurdi stanno diventando un attore indispensabile nella politica della regione. Questo porta con sé il rischio di diventare meri pedoni in mano di questo o quel potere, di essere visti come l’opportunità di raggiungere obiettivi nazionali sia sul campo che sul tavolo diplomatico per la ristrutturazione della Siria, dell’Iraq e di un nuovo ridisegno regionale. Nel quale prevale il delirio di onnipotenza del preside0nte turco Recep Tayyip Erdoğan. Per Gerger, la Turchia ha sempre avuto e continua ad avere una priorità precisa: impedire che i kurdi godano di autonomia e autogoverno in Siria, con o senza Assad e in cooperazione con la Russia o con l’Iran o con gli USA.

 

Redazione Diritti Globali: Cominciamo da una fotografia della Turchia attuale, dopo lo “strano” colpo di Stato fallito del luglio 2016.

Haluk Gerger: La Turchia sta attraversando una sorta di cambio di regime a puntate. È un processo che terminerà al più tardi nel 2019, se non prima, attraverso elezioni anticipate. Lo “strano” colpo di Stato come giustamente lo definisci è servito semplicemente come il “Reichstag” a Berlino, nel febbraio del 1933, che aprì la strada a sviluppi abominevoli. Qualcuno in Turchia parla di “golpe nel golpe” dopo la dichiarazione di stato d’emergenza e il successivo referendum per una nuova Costituzione fatta per un essere supremo.

Il nuovo regime ha efficacemente abolito la separazione dei poteri mettendo in ridicolo la magistratura indipendente e diminuendo grandemente i diritti, poteri e privilegi delle cariche elette, compresi i parlamentari. L’obiettivo è raggiungere una integrazione totale e sottovuoto di tutte le funzioni dello Stato e della vita sociale nella sua totalità rinchiuse in una sola persona, un uomo, l’incarnazione di tutti gli esseri umani. Pertanto ci sarà una fusione dello Stato (potere) e la nazione (volontà nazionale, aspirazioni, benessere, ecc.) in un’unica persona, un individuo, che è chiaramente il presidente Recep Tayyip Erdoğan, che i suoi discepoli chiamano, non a caso, Reis (Fuhrer, Duce).

Secondo una interpretazione della Legge islamica (Sharia), il processo di decisione si articola in varie fasi. Quella proposta dal presidente turco è una peculiare interpretazione dell’Islam, il nazionalismo sciovinista turco, e l’illusione di restituire la grandeur del passato e l’egemonia coloniale, ovvero l’ottomanismo. Abbiamo già un presidente onnipotente che istruisce alle coppie di neo-sposi di avere almeno tre figli; che ci dice di smettere di fumare; di non mangiare pane bianco; di stare alla larga dall’alcool. Chiede ai piccoli commercianti in tutto il Paese di vigilare e propagandare la moralità nei loro quartieri, far rispettare la legge e mantenere l’ordine pubblico. Vuole che tutti i capi di villaggio e di quartiere eletti (i Mukhtar) vigilino e informino sui loro cittadini. Vuole che i giovani siano educati in modo da apprezzare il ruolo “civilizzatore” della conquista e della colonizzazione. Non si tratta di semplice autoritarismo. Questo è totalitarismo del peggior tipo: una pericolosa deriva verso un disastro totalitario. Tutto ciò viene portato avanti utilizzando sistematicamente il potere dello Stato in uno scenario extra-legale per creare la “base legale” finale alle prossime elezioni, come sancito nel recente referendum.

Più in generale, direi che quando la classe e la politica di classe vengono abbandonati anche dalla sinistra che si è persa nella spirale del movimento kurdo e in un carrierismo opportunista adattato in modo da poter beneficiare dalla forza del movimento kurdo, i diseredati della terra, a milioni, si sentono abbandonati, traditi e ignorati. Le forze della sinistra, seguendo politiche identitarie liberali, siano esse etniche, religiose o settarie, rinnegano la loro funzione liberatrice, perdono la fiducia di milioni di lavoratori, contadini poveri, masse lavoratrici urbane sfruttate. E questa gente, nella loro rabbia, disperazione e desolata alienazione diventa facile preda di reazioni come quella dei lavoratori statunitensi che hanno votato per Donald Trump. La stessa dinamica la stiamo vedendo in Turchia.

Alla fine, possiamo dire che il Gran Capitale ha costruito la sua dittatura populista. Ci sono stati cambiamenti drastici nella correlazione di forze all’interno della grande borghesia e da questi cambiamenti è emerso un nuovo settore che ha mobilitato il conservatorismo Anatolo-islamico, che ha trovato un nuovo rappresentante politico nel partito di Erdoğan, l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della Giustizia e Sviluppo). Adesso è il loro turno di governare e sfruttare il Paese.

 

RDG: Nel 2016 e 2017 ci sono stati nuovi e duri attacchi contri i kurdi, il loro partito, le organizzazioni della società civile. Perché lo Stato turco rifiuta ogni negoziato con i kurdi?

HG: È un problema complesso che coinvolge molti fattori, con una dimensione sociale, politica, ideologica, socio-psicologica e storica, che sono inoltre acuiti da input internazionali e una feroce componente militare. Con il nuovo approccio di Abdullah Ocalan, durante i primi anni del governo dell’AKP, erano aumentate le aspettative. Mentre nel passato era politicamente, socialmente e legalmente pericoloso anche solo parlare di “Kurdistan”, “popolo kurdo”, “diritti nazionali dei kurdi”, allo stesso tempo a livello di Stato e popolare era iniziata una discussione onnicomprensiva su uno “status kurdo”, una costruzione federata, perfino uno stato kurdo indipendente. Lo Stato federato kurdo in Iraq (sud Kurdistan) e il governo di Masoud Barzani, anche se in modo riluttante e con l’intenzione di mettere un kurdo contro l’altro, divennero partner. Ci sono stati negoziati di alto livello tra il PKK e lo Stato. Ocalan fu accettato come il capo negoziatore, ecc. L’HDP (Partito della Democrazia del Popolo) è diventato una forza politica rispettabile con una forte presenza in Parlamento. Non solo l’esistenza kurda – un tempo negata – fu riconosciuta e accettata, ma i diritti dei kurdi finirono col dominare l’agenda politica e, cosa più importante, il discorso sociale e il dibattito. Tutto ciò doveva il suo sviluppo soprattutto ai decenni di eroica resistenza del popolo kurdo, procedeva a un passo dolorosamente lento, e certamente era al di sotto delle aspirazioni legittime dei kurdi. In altre parole si trattava di un progresso insufficiente, ma nonostante tutto, si trattava di un cambio storico, significativo e promettente che fece aumentare le speranze di milioni di kurdi.

Sfortunatamente, entrambe le parti condividono la responsabilità della tragica situazione che stiamo vivendo in questo momento.

 

RDG: Quali sono queste responsabilità?

HG: Naturalmente bisogna cominciare dalle responsabilità dello Stato turco. In cima alla lista c’è il profondo e ben radicato sciovinismo, il bigottismo prevalente tra la popolazione e nella genetica dello Stato. Bisogna chiaramente tenere conto della paura, del terrore, che viene alimentata e manipolata: terrore dello smembramento, e per questo si utilizza la memoria dell’esperienza ottomana. I ricordi di un’Anatolia occupata e in ginocchio dopo la Prima guerra mondiale, ma anche l’attualità di conflitti odierni, dall’Africa ai Paesi vicini come l’Iraq e la Siria, all’Afghanistan. A questo dobbiamo aggiungere l’atavica paura che, nonostante siano arrivati in Anatolia 900 anni fa, dopo la Grande Marcia dall’Asia Centrale, i coloni turchi continuano ad avere. Paura sul loro reale possesso della penisola che era abitata da armeni, greci, kurdi e molte altre nazioni e gruppi etnici. Le classi dominanti continuano a nutrire le menti con “nemici interni ed esterni”. La militarizzazione del conflitto, in tutte le sue dimensioni, con la perdita di vite umane e di beni, contribuisce ad aumentare le paure. L’ideologia kemalista “una nazione, una lingua, una bandiera, uno Stato”, dà segni evidenti di crisi, e la rabbia che nasce da questa frustrazione e da queste paure genera una sorta di psicosi generale che rende la gente facile preda dell’attuale classe dominante che la manipola senza scrupoli. I kurdi sono una delle principali vittime di questa situazione.

 

RDG: E la parte di responsabilità che attribuisci ai kurdi?

HG: Credo che i principali attori, militari e civili, che rappresentano i kurdi e la stessa sinistra turca che si è accodata a loro, abbiano commesso seri errori. Credo che l’approccio di Ocalan, anche se ufficialmente si appoggiò acriticamente da parte di tutti i settori del movimento kurdo, sia stato in realtà considerato da una parte una “svendita” allo Stato turco. Io stesso avevo delle riserve su questo nuovo approccio di Ocalan, all’inizio, ma non l’ho mai respinto a priori. Invece mi pare che dentro il movimento ci sia stato un settore che lo ha contrastato subdolamente fino a riuscire a sabotare l’intero progetto. Con grande soddisfazione dello Stato, evidentemente. Si è favorita una militarizzazione del conflitto anziché privilegiare una difesa testarda di processi politici come pressione civile, resistenza passiva, disobbedienza pacifica, opposizione parlamentare, lotta democratica… Alla fine, Ocalan è stato praticamente abbandonato, condannato a una lenta marginalizzazione e morte politica accompagnata da un sonoro, ma non sincero, culto dell’eroe.

Recentemente, il caos in cui versa la regione sembrava poter aprire una nuova opportunità. Spinti dalle conquiste dei kurdi dopo l’occupazione e distruzione dell’Iraq, sostenuti da sentimenti anti-Erdoğan in Europa e nei centri di potere liberali, incoraggiati da nuove alleanze internazionali che hanno portato dalla stessa parte (anche se con differenze e a volte combattendo comunque tra loro) il presidente siriano Bashar al-Assad, la Russia, gli USA, l’Iran, uniti contro il nemico ISIS, ha fatto sì che i kurdi alzassero la posta, ma la militarizzazione del conflitto su scala differente e una serie di calcoli errati ha, a mio avviso, fatto sì che questa mossa si ritorcesse contro di loro.

Nel Medio Oriente di oggi (e non solo) attori senza Stato come sono i kurdi si vedono inevitabilmente trascinati dentro controversie e rivalità imperialiste e di potere inter-Stati. È inevitabile ma è anche confuso e rischioso. I kurdi stanno diventando un attore indispensabile nella politica della regione. Questo porta con sé il rischio di diventare meri pedoni in mano di questo o quel potere, di essere visti come l’opportunità di raggiungere obiettivi nazionali sia sul campo che sul tavolo diplomatico per la ristrutturazione della Siria, dell’Iraq e di un nuovo ridisegno regionale.

Quando le condizioni di vita sono così terribili e la violenza opprime un popolo a livelli insopportabili, quando tutte le vie pacifiche e democratiche vengono sbarrate, è inevitabile che ci siano reazioni violente. E si gettano le basi per una storicamente legittima violenza. Questa è stata la storia dei kurdi durante quasi tutta la loro esistenza. Ma la coraggiosa iniziativa di Ocalan aveva davvero aperto una possibilità importante di raggiungere gli obiettivi del movimento kurdo attraverso il dialogo. Sarebbe stato un processo lento e doloroso, non c’è dubbio. E certamente lo Stato non era così ben disposto. Ma rimane il sapore di quello che potrebbe essere successo se si fosse insistito su questa via, per ottenere il sacrosanto diritto a uno status pieno, a una legittima uguaglianza nazionale e anche all’autodeterminazione. Ocalan aveva in mente un processo di democratizzazione radicale che sarebbe servito sia alle masse kurde che alle masse turche, con implicazioni positive per tutte le genti oppresse della regione. Se perdono i kurdi, perdiamo tutti.

 

RDG: Qual è la posizione della Turchia rispetto alla Siria in questo momento? Come è cambiata rispetto all’inizio della guerra, nel 2011?

HG: Non è riduzionista ricondurre tutto alla Questione kurda. L’emergere di una entità kurda dopo l’invasione americana dell’Iraq, alla quale la Turchia non partecipò, è stata, nelle parole di un ex primo ministro, «una lezione» per lo Stato turco. La decisione di non partecipare all’invasione dell’Iraq, secondo i governanti turchi, ha permesso che i kurdi in Iraq ottenessero uno status ufficiale, attraverso un governo regionale. Per questo lo Stato turco, convinto erroneamente che gli Stati Uniti avrebbero invaso la Siria, ha deciso di partecipare alla coalizione contro al-Assad, preoccupato di schiacciare qualunque velleità di autonomia da parte dei kurdi in Rojava. La Turchia era convinta anche che avrebbe avuto un ruolo, nel post-Assad, nella ricostruzione della Siria e avrebbe potuto ulteriormente annichilire qualsiasi aspirazione kurda. In realtà la Turchia non ha mai cambiato posizione: continua ad avere come priorità quella di impedire che i kurdi godano di autonomia e autogoverno in Siria, con o senza Assad e in cooperazione con la Russia o con l’Iran o con gli USA.

 

RDG: Più in generale che strategia ha in mente la Turchia per il Medio Oriente?

HG: Mi pare che la Turchia stia cercando una sorta di Lebensraum, di spazio vitale, nella regione. E questo soprattutto per tenere i kurdi sottomessi, anche attraverso la creazione di una enclave kurda sotto il suo controllo. Una sorta di revival dell’Impero Ottomano con Ankara come centro di potere. Parallelamente, la Turchia ha un obiettivo più ambizioso che è quello di diventare il protettore egemone della regione, unita nella religione, l’Islam, di nuovo allo stile Ottomano. Se possibile sotto l’egida dell’asse Stati Uniti-Israele.

 

RDG: Come giudichi la posizione dell’Unione Europea nei confronti della Turchia?

HG: L’Europa chiaramente non è solo formata da governi borghesi, multinazionali, mercanti di armi ma anche da lavoratori, studenti, sindacati, che sono davvero preoccupati per i diritti umani, la democrazia, la repressione contro i kurdi e in generale esprimono solidarietà sincera con i popoli e la sinistra della Turchia. I liberali, poi, provano una certa avversione per Erdoğan. Tutto questo però subito si mescola a un fastidioso atteggiamento coloniale duro a morire e che, unito all’islamofobia e a un razzismo quasi genetico, fa sì che in generale l’atteggiamento europeo non sia di aiuto al processo di democratizzazione che pure settori della società stanno cercando di portare avanti in Turchia. A volte mi chiedo se, in realtà, nonostante le dichiarazioni dei leader UE contro l’antidemocraticismo di Erdoğan, questi non provino una sincera ammirazione nei suoi confronti. Non c’è dubbio che le dichiarazioni razziste contro la Turchia in realtà non fanno altro che favorire il suo presidente. Bisognerebbe essere più attenti e soprattutto non sarebbe male studiare un po’ meglio la storia della Turchia, del suo nazionalismo, della sua mentalità kemalista prima di dire certe cose.

 

RDG: Torniamo alla Siria e al Medio Oriente. La strategia di guerra permanente portata avanti dagli USA continua, ma cosa è cambiato dal 2003, se qualcosa è cambiato? Le risorse naturali e il petrolio sono ancora il principale obiettivo di questa guerra infinita?

HG: Secondo la teoria dell’“eccezionalità americana”, gli Stati Uniti hanno il “destino ineluttabile” e ordinatogli da dio, di ricreare il Giardino dell’Eden in terra, riformando l’umanità. Questo si traduce, nell’era imperialista, nell’idea che gli USA devono ricreare il mondo a loro immagine e somiglianza (ovvero a misura dei loro interessi) proprio come dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.

La ex Segretaria di Stato Condoleeza Rice una volta parlò di “caos creativo” in termini biblici. Pertanto, negli USA il caos è il metodo sacro suggerito dallo stesso dio. La creazione attraverso il caos, tuttavia, non sempre significa ordine e stabilità: il caos, sempre quando serva gli interessi, diventa ordine in se stesso. E mi pare che questa sia la politica statunitense in Medio Oriente. L’obiettivo strategico va al di là ovviamente degli interessi contingenti: ha a che vedere con interessi assoluti, per così dire. Faccio due esempi, che mi sembra chiariscano quello che voglio dire: i Talebani in Afghanistan erano per il presidente USA Ronald Reagan dei “combattenti per la libertà” rispettabili, che meritavano armi americane e istruttori CIA. Quella strategia ha funzionato: gli Stati Uniti hanno sconfitto i sovietici e invaso l’Afghanistan. E a quel punto hanno cominciato a “salvare” l’Afghanistan dai Talebani. E questo continua. Hanno poi trovato il pretesto per tornare in Iraq, hanno aperto nuovi fronti nella regione, e qui l’ISIS ha offerto agli USA molte opportunità. Che sono di nuovo in Medio Oriente, naturalmente per “salvarlo” dall’ISIS. Quando una potenza imperialista perde potere politico, culturale, ideologico e perde i mezzi economici di egemonia mantenendo, come nel caso degli USA, solo forza militare, allora la militarizzazione delle relazioni internazionali attraverso minacce fondamentali come la catastrofe nucleare, il terrorismo, diventa l’unico modo per addomesticare alleati poco disciplinati e punire chi non rispetta gli ordini. Mi pare sia un po’ questa, in breve, la strategia degli USA in Medio Oriente.

 

RDG: Pensi che Israele sia ancora il problema principale del Medio Oriente?

HG: Sì, perché lo Stato Sionista va al di là degli ebrei e perfino di Israele: è l’insieme di colonialismo, imperialismo, razzismo e mondo occidentale. Credo che in realtà non sia mai stato più potente. Più il Medio Oriente sprofonda nel caos, più potente diventa Israele. La eroica resistenza palestinese, sfortunatamente, non riesce ad arrestare un potere che viene alimentato dagli USA, dall’Occidente in generale, dal sostegno turco e da una certa complicità araba. Sicuramente Israele è oggi più isolato diplomaticamente, la sua morale corrotta e il terrorismo cui ricorre sono condannate nel mondo. Ma nel mondo di oggi la forza militare è più importante che qualsiasi considerazione morale. Credo che la maggior debolezza di Israele sia in realtà la sua addizione senza senso alla violenza, la sua morale indifferenza alla sofferenza umana, il suo razzismo fanatico.

 

RDG: Per concludere, che ruolo ha la Russia in Medio Oriente?

HG: La Russia ha trovato una breccia e vi si è gettata a capofitto, così facendo ha ripreso un ruolo importante nelle relazioni internazionali. La sua presenza in Medio Oriente trascende i confini regionali e pertanto ha implicazioni globali. Costruire nuove alleanze regionali con potenze come l’Iran, per esempio, dà al governo russo la possibilità di proiettare il suo potere in altre zone del mondo con più forza e allo stesso tempo aiuta Vladimir Putin ad aumentare il suo consenso interno. La Russia sta giocando un ruolo stabilizzatore in Medio Oriente, grazie alle sue azioni di contenimento nei confronti degli USA che sembrano scalpitare per una invasione o azioni incontrollate. Naturalmente, allo stesso tempo aumenta il rischio di un confronto militare diretto tra le due potenze. Siamo di fronte a un gioco di potere molto pericoloso, dettato anche dalla concorrenza per risorse ed egemonia. Nessuno degli attori in campo è innocente, a parte i diseredati e i milioni di vittime della regione.

 

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Haluk Gerger: turco, è stato professore di scienze politiche all’università di Ankara. Dopo il colpo di Stato del 12 settembre 1980 anche Gerger, come molti docenti, ha perso il posto di lavoro. Scrittore e analista politico, per il suo lavoro sulla questione kurda è stato più volte in carcere. È uno dei fondatori dell’Associazione per i Diritti Umani (İnsan Hakları Derneği, IHD). Autore di vari libri soprattutto sul ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Dal 1996 al 1999 ha insegnato all’Università di Darmstadt in Germania.

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Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

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