Accordo tra Confindustria e sindacati sulla contrattazione

Relazioni Industriali. Rimangono i due livelli: nazionale più aziendale o territoriale. Gli aumenti potranno superare l’inflazione. Misura della rappresentanza imprese contro i contratti pirata

Massimo Franchi • 1/3/2018 • Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 644 Viste

Alla fine ha prevalso la voglia di dare un segnale di unità delle parti sociali alla vigilia delle elezioni. Partita alle 20 di martedì con la possibilità di una firma separata, la riunione fra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil si è chiusa alle 2 di notte con un accordo unitario sui «Contenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva». Per il risultato sono state fondamentali la volontà espressa da Vincenzo Boccia a «non essere interessato ad accordi separati» – come quello del 2009 senza Cgil – e la mediazione della Uil per riscrivere le parti che Susanna Camusso aveva già indicato come «non accettabili».

COSÌ, DOPO DUE ANNI di trattative infinite, le 16 pagine di accordo ridisegnano i rapporti e il metodo di contrattazione e rappresentanza tra le parti sociali. Non un vero e proprio modello, bensì semplici linee di indirizzo per i contratti – con quello nazionale che mantiene la sua funzione principale e non era scontato – all’epoca della rivoluzione tecnologica e gig economy, all’interno delle quali – come già capitato in questi anni – ogni settore avrà ampia autonomia di azione.

L’ALTRO OBIETTIVO CONDIVISO dai firmatari è dare un segnale chiaro alla politica a soli tre giorni dal voto. Se il Pd ha nel programma il salario minimo orario – in una slide elettorale fissato addirittura a 9 euro – le parti sociali rilanciano la contrattazione diretta come motore dell’economia. Se una legge andrà fatta, sarà quella sulla rappresentanza, invocata da anni dalla Cgil, per estendere erga omnes i contratti nazionali a tutti i lavoratori del comparto.

L’ACCORDO DI IERI NOTTE dovrà passare la validazione degli esecutivi di sindacati e Confindustria, ma anche il Direttivo della Cgil fissato per venerdì 9 marzo si annuncia una formalità. Le condizioni definite dalla segreteria e dai segretari generali per firmare il testo sono state infatti soddisfatte. I tre punti dolenti del testo erano: possibilità di aumenti salariali superiori all’inflazione e cancellazione della previsione di «non sovrapponibilità» delle varie voci (produttività, andamento di settore) fra contratto di primo (nazionale) e secondo livello (aziendale o territoriale); cancellazione dei riferimenti alle sanzioni e procedure di raffreddamento in caso di sciopero; cancellazione dell’estensione dell’uso dell’assegno di ricollocazione nelle crisi aziendali.

SUL PRIMO PUNTO, nella nuova formulazione al riguardo degli «effetti economici in sommatoria fra il primo e il secondo livello di contrattazione» la parola «escludere» è sostituita da «disciplinare». Mentre nella definizione del Trattamento economico minimo (Tec) – i minimi tabellari – la loro «variazione» avverrà sì «in funzione degli scostamenti dell’indice Inpca (indice dei prezzi al consumo armonizzato) e depurato dai prezzi dei beni energetici importati», ma – e questa è l’aggiunta voluta dalla Cgil – «secondo le regole condivise per norma o prassi nei singoli contratti nazionali». Una formulazione che permette di andare oltre al semplice aumento dell’inflazione.

IL RISCHIO CHE GLI AUMENTI salariali siano pagati in welfare aziendale tramite la definizione del Tec (trattamento economico complessivo) rimane, ma è attenuata dall’espressione «eventuale» e alla specifica che il welfare aziendale «deve mantenere la sua natura integrativa».
SULL’ASSEGNO di ricollocazione si prevede la sua «introduzione» «in coerenza con l’accordo interconfederale del settembre 2016» e viene cancellato il riferimento alla gestione delle crisi aziendali.

COMPLETAMENTE CANCELLATI i riferimenti «alle procedure di raffreddamento e alle conseguenze dell’inapempiento contrattuale» sugli scioperi.

DI TUTTE QUESTI INTERVENTI va dato merito al segretario confederale Cgil Franco Martini che ha scritto il testo nel tavolo tecnico assieme a Pierangelo Albini (Confindustria), Gigi Petteni (Cisl) e Tiziana Bocchi (Uil).

IL RISULTATO GIÀ ACQUISITO ma non meno importante era quello della misurazione della rappresentanza imprenditoriale. Il tutto per evitare i contratti pirata – su 868 contratti nazionali sottoscritti nel 2016 solo il 33 per cento sono stati firmati dai confederali mentre Confindustria è al 14 per cento – accordi stipulati da soggetti senza nessuna rappresentanza certificata, finalizzati esclusivamente al «dumping contrattuale» fra lavoratori. Proprio il Cnel sarà lo strumento per monitorare contratti e rappresentanza mentre «un percorso» sullo stesso argomento si avvierà anche con le «altre associazioni datoriali».

POSITIVI TUTTI I COMMENTI. Per Susanna Camusso si «realizza un importante quadro di certezze nelle relazioni sindacali in una stagione di grande confusione e si evidenzia l’efficacia del ruolo di regolazione economica e sociale svolto dalle parti sociali», sottolinea il leader della Cgil, Susanna Camusso. Per Annamaria Furlan l’accordo è «un vero piano di sviluppo per il sistema-paese» e si «indica con chiarezza la strada della partecipazione dei lavoratori», ultimo paragrafo dell’accordo. Rimarca il «grande traguardo» raggiunto Carmelo Barbagallo: «A testimonianza di quanto sia decisiva per il futuro del paese la centralità del mondo del lavoro». Soddisfatto anche Vincenzo Boccia che parla di «importante passo avanti per migliorare la competitività delle imprese accompagnata da una crescita dei salari».

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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