Renzi porta il PD al disastro ma non molla. Leu delude, solo al 3%

Democrack al 18 per cento, verso le dimissioni. Il leader: «Sconfitti, ora noi all’opposizione, ma non saremo stampella di nessuno»

Daniela Preziosi • 5/3/2018 • Politica & Istituzioni • 499 Viste

Matteo Renzi arriva al Nazareno in serata, a urne ancora aperte. Aveva fatto circolare la notizia che sarebbe rimasto a Firenze a seguire lo spoglio, ma le prime avvisaglie del disastro lo fanno mettere in macchina e arrivare a Roma, dove già lo stato maggiore del Pd è al completo. L’umore è nerissimo. È «disastro»: I risultati sono peggio delle peggiori previsioni, per il paese. Ma anche per il Pd. Cifre di una guerra. Persa disastrosamente. La parola fin qui impronunciabile, «dimissioni» non è un tabù. «Deciderà lui», dice Ettore Rosato a Porta a porta nel corso della notte.

Intanto al Nazareno i suoi lo coprono: «Ovvio, lo aspettavamo». Ovvio, come annunciata era la gelata del risultato. L’aria che tira si vede sui messaggini watsapp: già nel pomeriggio fra i dirigenti circolano foto di inverni fantasmagorici e di crociati nella neve. Poi nessuno ha più voglia di scherzare. Il 40 per cento delle Europee è un ricordo lontano, perfino la sconfitta del referendum del 2016, un altro 40 per cento, era un buon risultato rispetto a quello che si prospetta nella notte più lunga del Pd dalla sua nascita. Irraggiungibile il 32 per cento di Veltroni del 2008, lontanissimo anche lo sbertucciato 25 per cento di Bersani del 2013, quello della «non vittoria».

Le prime proiezioni parlano del 18 per cento. Non è solo una sconfitta, «è un disastro». Nel suo ufficio trasformato in gabinetto di guerra ci sono il presidente Matteo Orfini, il ministro Luca Lotti, il vicesegretario Maurizio Martina, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini, il portavoce Matteo Richetti e il tesoriere Francesco Bonifazi.

Di 18% parlavano sondaggi diffusi nel pomeriggio, subito dichiarati «fake» dalla sondaggista Alessandra Ghisleri a cui venivano attribuiti. Per questo i primi exit poll avevano fatto tirare a Renzi un mezzo respiro di sollievo. Si fa per dire: con l’M5S al 30 e la Lega sopra Forza italia. Nei giorni scorsi il segretario del Pd aveva avvertito che sarebbe rimasto al suo posto fino al 2021, ma con i suoi aveva fissato l’asticella delle dimissioni al 20%. E gli exit poll disegnano una forbice fra un tragico 17,50 e un meno drammatico 23 per cento (Swg).

Ma le prime proiezioni sono la fine delle speranze. Il 18 è al di sotto del bene e del male. Con un parlamento imballato senza alcuna maggiranza possibile. Renzi con i suoi non ha dubbi: spiega che ora la responsabilità di trovare una maggioranza spetta a chi ha preso i voti (valanghe di voti più del Pd), e che il Pd «non farà la stampella di nessuno», non c’è altra linea che «l’opposizione». Ma è «dimissioni» la parola che Renzi medita di pronunciare. Per farlo le minoranze interne aspettano la luce del giorno. C’è chi ha limato la dichiarazione del 5 marzo da tempo. Per Gianni Cuperlo la soglia indigeribile sarebbe stata già il 22 per cento . «Con questi dati la somma di Pd, Insieme e LeU darebbero lo stesso risultato del 2013», ragiona Rosato. La notte si incaricherà di smentirlo. Ma in ogni caso proprio la legge che porta il suo nome è stata la pietra tombale finale sul rapporto fra Pd e Liberi uguali.

20desk 1f02 grasso

 

Ma le cose non stanno neanche così e la notte si incarica di rivelarlo. La lista capitanata dall’ex procuratore Piero Grasso, a sua volta, nella prima parte della notte passa dalla speranza degli exit che si spingono fino al 6 per cento alla doccia fredda delle prime proiezioni che dimezzano il risultato fino al 3,5 per cento. Un soffio sopra la soglia di ingresso in parlamento. Nel 2013 Sel da sola aveva fatto il 3,2 per cento. La sala Feltre di Trastevere resta a lungo senza dirigenti. Le prime parole di Alfredo D’Attorre, anche lui dal salotto di Vespa, più che altro sono una preghiera: «Spero che sia come nel 2013 quando gli exit poll si rivelarono del tutto diversi dai voti reali».

Poi la notte dettaglia la vittoria dei 5 stelle. E già parte il primo litigio fra sconfitti. «Il Pd non è interessato a un governo con M5S», chiarisce Rosato. «Però così si spingono i 5 Stelle verso la Lega. Va aperto un confronto e sono convinto che il tema non potrà non interessare anche il Pd», replica D’Attorre. Una mano tesa ai grillini da parte di Leu. Che però a quest’ora della notte non ha voti da offrire ai nuovi vincitori.

FONTE: Daniela Preziosi, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This