Crisi coreana. Trump conferma: «Sì a incontro con Kim entro maggio»

Il presidente americano accetta l’invito del leader nord coreano Telefonata di Xi Jinping a The Donald: «Facciamo presto»

Simone Pieranni • 10/3/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 257 Viste

Le due attuali copie sbiadite dei «sognatori d’armi» di dickiana memoria, immersi nei propri sogni ricolmi di materiale bellico da sfoggiare, custodi di quell’antico mondo ammantato di guerra fredda, potrebbero incontrarsi entro maggio. Donald Trump ha infatti risposto all’invito di Kim Jong-un, dicendosi disposto a sedere a uno stesso tavolo con il leader nord coreano entro maggio. Dove ancora non si sa ma non è sicuramente la location il problema di questa nuova accelerazione nella crisi coreana. Se questo meeting avverrà, sarà di sicuro storico: mai un leader della Corea del Nord ha incontrato un presidente degli Usa in carica.

LA RISPOSTA DI TRUMP è arrivata dopo la visita negli Usa della delegazione sud coreana, capitanata da Chung Eui-yong, il consigliere per la sicurezza nazionale di Seu. Tempi diplomatici a duecento all’ora: dopo l’incontro in Corea del Nord, Seul ha mosso le sue pedine.

Solo una settimana fa, infatti, si parlava di un imminente incontro tra Kim e il presidente sud coreano, alla luce della volontà di Pyongyang di bloccare test e piani nucleari in attesa di compromessi possibili. La Corea del Sud ha dunque sguinzagliato le proprie missioni diplomatiche: dopo gli Usa era previsto anche il Giappone; per quanto Moon abbia sempre avuto una posizione non certo conciliante con gli Usa, prima di un passo rilevante come poteva essere un incontro con Kim, buona educazione vuole discuterne con quelli che – nonostante tutto – rimangono i propri alleati, non fosse altro per le basi militari Usa sul territorio coreano. E l’ambasciata ha portato questa sorpresa. A chi osserva da vicino i fatti asiatici, all’annuncio di Trump di poter incontrare Kim non sarà sfuggita una domanda ovvia: e la Cina?

IN MATTINATA IL GLOBAL TIMES, quotidiano ultra nazionalista cinese, alla notizia di questo potenziale rendez vous non sembrava molto convinto della piega degli eventi: nel consueto editoriale di giornata era evidente una sorta di fastidio, perché la mossa di Trump rischia di mettere in secondo piano la Cina, che così tante energie ha speso nell’ultimo anno per riportare tutti alla calma.

E infatti, nel marasma di commenti e reazioni, è arrivata anche la notizia della telefonata tra Xi Jinping e Donald Trump, annunciata dalla televisione di stato cinese che ne ha riportato il contenuto chiave, ovvero una felicitazione da parte di Xi di questo potenziale riavvicinamento. «Facciamo presto», il succo del discorso del leader cinese, conscio che il fattore tempo potrebbe voler dire molto avendo a che fare con due comunicatori compulsivi come Kim e Trump.

ZHAO TONG, UN ESPERTO di Corea del Nord del Carnegie-Tsinghua Center for Global Policy di Pechino, ha dichiarato al Guardian che Pechino, nonostante il primo fastidio, «sarà soddisfatta e apprezzerà molto lo sviluppo». Ovviamente il nervosismo potrebbe essere causato dalle «ramificazioni di tale incontro». Zhao ha specificato infatti che «alcuni a Pechino temono che Washington e Pyongyang possano un giorno concludere un accordo che porterebbe l’alleato storico della Cina più vicino agli Stati uniti».

I TEMPI e quanto scorrerà a livello di parole, tra oggi e l’incontro saranno dunque fondamentali. In mattinata, infatti, il segretario di stato Usa Tillerson aveva specificato che ci vorranno «settimane» per organizzare l’incontro.

Al di là di chi parteciperà al meeting alla fine – chiaramente Pechino insisterà su un ritorno al dialogo a sei – c’è da capire bene cosa potrebbero dirsi Kim e Trump, ovvero a che punto potrebbe esserci un compromesso o un accordo capace di risolvere la questione coreana che da ormai un anno è al centro di complicate trame, finendo nel tritacarne di altri scenari, come ad esempio quello di un’ipotetica guerra commerciale tra Cina e Stati uniti.

WASHINGTON ieri ha sottolineato la propria visione della situazione: Kim Jong-un avrebbe deciso di scendere a patti, o quantomeno affrontare un incontro, perché la politica americana avrebbe pagato. È quanto ha sostenuto il vicepresidente americano Mike Pence: «Il desiderio della Corea del Nord di incontrarsi per discutere di una denuclearizzazione – mentre allo stesso tempo sospende i suoi test missilistici e nucleari – è prova che la strategia del presidente Trump di isolare il leader nordcoreano Kim sta funzionando». In realtà però il meeting potrebbe anche essere foriero di una clamorosa rottura: su cosa potrà arrivare, infatti, un compromesso? La promessa di una Corea denuclearizzata di Kim, in cambio della cessazione delle minacce contro Pyongyang, presupporrebbe l’abbandono da parte di Washington delle basi militari in Corea del Sud. Un’idea assolutamente impraticabile. Per questi motivi una soluzione a tante problematiche legati ai dialoghi, potrebbe essere quella proposta ieri sul New York Times da Victor Cha, ex direttore del National Security Council per l’Asia; Cha sfida Trump a mettere «più carote sul tavolo» come ad esempio un trattato di pace, mai firmato, tra le due Coree.

FONTE: Simone Pieranni, IL MANIFESTO

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