In Colombia al voto, tra violenze e disincanto

In Colombia al voto, tra violenze e disincanto

L’ascesa del «castrochavista» Petro, vittima il 2 marzo di un attentato nella città di Cúcuta, preoccupa l’establishment. Il candidato delle Farc, “Timochenko”, si ritira per gravi motivi di salute e scarsa sicurezza

Alla storia di violenza scritta in Colombia dalla classe dirigente va aggiunto anche il capitolo sulla catena di assassinii, aggressioni e minacce che hanno preceduto le elezioni in programma domani per il rinnovo del Congresso.

A FARNE LE SPESE sono stati, in particolare, i candidati e i militanti della Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, il movimento politico in cui si è trasformata, conservando la stessa sigla, la guerriglia delle Farc.
Proprio a causa della mancanza di garanzie di sicurezza, oltre che per le condizioni di salute del candidato Rodrigo Londoño (“Timochenko”), sottoposto a un’operazione al cuore, il nuovo partito ha rinunciato a prendere parte alle presidenziali del 27 maggio.
Ma potrà comunque contare su una significativa presenza in Parlamento, in virtù degli accordi di pace che gli garantiscono, per i prossimi due periodi legislativi, 5 seggi alla Camera dei Deputati e 5 al Senato.

LA VIOLENZA non ha risparmiato però neppure Gustavo Petro, il candidato alla presidenza per il partito progressista Colombia Humana, vittima, il 2 marzo, di un attentato nella città di Cúcuta.

Un attacco dietro cui si cela anche la preoccupazione dell’establishment per l’ascesa di Petro nei sondaggi, i quali gli assegnano il primo posto nelle preferenze insieme a Iván Duque, il candidato del Centro democrático, il partito di estrema destra dell’ex presidente Álvaro Uribe. L’uno e l’altro sicuri vincitori delle primarie (note come consultazioni interpartitiche) delle loro rispettive coalizioni che si svolgeranno domani insieme alle elezioni legislative.

Grazie anche a un abile utilizzo delle reti sociali e a una forte presenza nelle piazze, Petro è riuscito in effetti a intercettare l’indignazione di buona parte della frammentata e dispersa popolazione progressista del Paese, esasperata tanto per gli scandali di corruzione quanto per le politiche neoliberiste che hanno impoverito i settori popolari e le classi medie. E lo ha fatto promettendo un rilancio del ruolo dello Stato, la ridistribuzione della terra, il superamento dell’estrattivismo come principale motore dell’economia, misure di sostegno alle fasce impoverite e soprattutto una completa riforma dello Stato attraverso la convocazione di un’Assemblea Costituente.

È per questo che da parte della destra si è scatenata una dura campagna mediatica contro l’ex sindaco di Bogotá, subito etichettato come «castrochavista»: una qualifica che parla da sola in un Paese in cui il governo bolivariano gode indubbiamente di una pessima fama, tanto più di fronte ai massicci flussi migratori provenienti dal Venezuela.

UN OSTACOLO sulla strada di un rinnovamento del quadro politico colombiano viene in realtà anche dalla crescente diffidenza della popolazione, la cui sfiducia nei partiti politici ha raggiunto uno dei valori più bassi nella storia del Paese, intorno al 20%.
Che il disincanto sia forte, anche tra il popolo organizzato, lo si può del resto facilmente capire, considerando come tutto vada sempre a vantaggio dell’élite: come riassume alla perfezione il militante del Cna (Coordinador Nacional Agrario) Wilmar Harley Castillo Amorocho, «loro», gli oligarchi, «si fanno eleggere, e utilizzano la loro carica per rubare e sfruttare. Noi entriamo in sciopero, li costringiamo a negoziare e a firmare un accordo. Non lo rispettano. E uccidono leader sociali. Denunciamo gli assassinii, continuiamo a mobilitarci e a organizzarci. Arrivano le elezioni e loro manovrano per farsi rieleggere».

FONTE: Claudia Fanti, IL MANIFESTO



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